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Fermo: Fermo: Rimossi dal Liceo Classico “A.Caro” Manifesti contro la Violenza sulle Donne, denuncia degli studenti e scuola che nega l’evidenza

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Il fatto è tanto semplice quanto grave: lo scorso 23 novembre vengono rimossi dalle pareti del Liceo Classico Annibal Caro di Fermo i manifesti, realizzati da studentesse e studenti, volti a sensibilizzare sulle piaghe, più che temi, del femminicidio e della violenza sulle donne. Contraddittorie le risposte della scuola: la prima di una docente che ha guardato ai manifesti come lesivi dell’onore di alcuni ragazzi che si sono sentiti attaccati, perché “non bisogna fare di tutta l’erba un fascio”; la seconda della segreteria, che alla richiesta di informazioni nega il tutto, affermando come i manifesti non siano mai stati tolti.

Andiamo con ordine: la segnalazione di alcuni membri del corpo studentesco arriva, a fatto compiuto, dopo che nessuna dichiarazione ufficiale di intenti è emersa da parte dell’amministrazione scolastica; ma la scuola, nelle persone dei suoi docenti, un’opinione ce l’ha, ed emerge dalle testimonianze degli stessi studenti. A quanto pare i cartelloni, le foto e i manifesti sono stati giudicati come lesivi del decoro scolastico, e dell’onore di alcuni ragazzi che potevano sentirsi attaccati da alcuni slogan. E di ragazzi offesi ce ne sono stati davvero, tanto da voler strappare dalla parete lo slogan “è anche colpa mia”, gesto difeso da una docente, affermando che “non bisogna fare di tutta l’erba un fascio”, perché bisogna distinguere tra le persone normali e gli squilibrati che compiono tali gesti di violenza. A ciò si aggiungono le dichiarazioni della segreteria, che riflettono l’immagine voluta dal liceo, secondo cui i manifesti e le stampe non sono mai state tolte: una mezza verità, dato che al momento tutti i fogli e cartelloni, dall’essere sparsi per i corridoi, sono relegati ad una parete. Ennesima contradizione, per la cronaca: il Personale ATA ha ritenuto i manifesti fastidiosi – a livello pratico – quindi perché non spostarli?

Al racconto – fumoso – dei fatti seguono le dovute riflessioni: si rivelano un’incoerenza e una mancata volontà di prendere posizione da parte dell’istituzione liceale e di tutto il corpo degli insegnanti, i quali non chiariscono – al pubblico, agli studenti e a loro stessi – la loro opinione in merito alla questione della violenza sulle donne, e la lasciano così trasparire dalle azioni, dai gesti e dal “non-detto” fin troppo ingombrante per non essere notato. Le stesse persone a cui è affidata la funzione di educare una generazione si astengono dal confronto e nascondono, come polvere sotto al tappeto, ogni intento di sensibilizzazione, oltre ad ignorare il grido di studentesse e studenti che attraverso quei cartelloni, oltre all’indignazione per il fenomeno, cercavano delle risposte, un dialogo, con chi siede dall’altra parte della cattedra. Il tutto comprovato dall’azione di posizionare tutti gli elaborati in un unico luogo, un piccolo tempietto anti-violenza, scollato dal tessuto scolastico, e per questa ragione privato della sua forza espressiva.

L’episodio che ha coinvolto i ragazzi “indignati” e la docente che ha preso le loro difese, inoltre, provano la natura culturale del problema patriarcale, e la mancanza di educazione sul tema: ciò che si attribuisce a tutti gli uomini non è la colpa per le morti, le violenze, gli abusi – qui ha senso non fare di tutta l’erba un fascio – ma la responsabilità di fare attenzione a tutti quei comportamenti marci che rinvigoriscono l’idea della donna come oggetto, come essere inferiore, come puro obiettivo sessuale; la base ideologica da cui poi la violenza trae linfa e giustificazione. Nei dati sono gli uomini a fare da padroni nella classifica degli omicidi, degli stupri, delle aggressioni, e non è vero che tutti gli uomini responsabili di tali azioni sono degli squilibrati, o dei malati di mente, anzi spesso sono imprenditori, professori universitari, gente di buona famiglia, con una buona istruzione, o il bravo barbiere, il bravo operaio, il bravo cassiere, uno di quelli che “saluta sempre”. Quindi, ci chiediamo, quante vite ci costerà ancora quest’orgoglio?



Questo è un articolo pubblicato il 01-12-2023 alle 09:41 sul giornale del 01 dicembre 2023 - 56 letture






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