Fermo: La letteratura come tempra dell'anima

14' di lettura 29/03/2021 - Intervista a Brunello Natale De Cusatis

Brunello Natale De Cusatis è nato nel 1950 a Fuscaldo Marina (CS). Si è laureato in Lingua e Letteratura Portoghese all’Università di Perugia. Qui ha iniziato e svolto la sua carriera accademica – prima come assistente incaricato, poi come ricercatore e, infine, come professore associato e responsabile delle cattedre di Lingue e letterature portoghese e brasiliana – dal 1976 al 2014, anno in cui, per sua scelta, ha deciso di andare in pensione.
Dal 1996 al 2002 è stato direttore della collana «Brasiliana» (Antonio Pellicani Editore, Roma) e da gennaio del 2010 a giugno del 2014 di due collane «Pessoana» e «Saggistica luso-afro-brasiliana» (Edizione dell’Urogallo, Peruigia). Dal 2007 dirige una collana edita dalla Morlacchi di Perugia: «Letteratura luso-afro-brasiliana».
Collabora o ha già collaborato a vari giornali e riviste, sia italiani («Il Giornale», «Futuro Presente», «Ideazione», «Quaderni Radicali», «Letteratura–Tradizione», «Palomar», «Antarès», «Barbadillo», ecc.) che stranieri («Letras & Letras», «Estudos Anterianos», «Revista Lusitana», «Revista da Biblioteca Nacional», «Nova Àguia», in Portogallo, «Suplemento Literário de Minas Gerais», «Continente Sul Sur», «AL–Jornal Eletrônico», «Mosaico Italiano», «Cadernos de Tradução», «Olho d’água», «Dialoghi», «Signo», in Brasile), pubblicandovi numerosi articoli di contenuto critico-letterario, storico-culturale, politologico e linguistico.
Ha preparato la traduzione italiana di varie antologie di scrittori e poeti, portoghesi e brasiliani.
È autore delle monografie: O Portugal de Seiscentos na «Viagem de Pádua a Lisboa» de Domenico Laffi. Estudo Crítico (Editorial Presença, Lisboa 1998); Tra Italia e Portogallo. Studi storico-culturali e letterari (Antonio Pellicani, Roma 1999); Esoterismo, Mitogenia e Realismo Político em Fernando Pessoauma visão de conjunto (Caixotim Edições, Porto 2005); Riflessioni etico-religiose (Associazione progetto Marianna – Onlus, Perugia 2013).
Studioso di Fernando Pessoa, di cui è considerato uno specialista sia in Italia che all’estero, ha tradotto in italiano e commentato i suoi articoli e frammenti sociologici, politici, mitico-profetici ed economici, riuniti in tre volumi: Scritti di sociologia e teoria politica, Settimo Sigillo, Roma 1994 – anche in traduzione tedesca (Karolinger, Wien 1995); Politica e profezia. Appunti e frammenti 1910-1935, Antonio Pellicani, Roma 1996 / nuova edizione riveduta: Edizioni Bietti, Milano 2018; Economia & commercio – impresa, monopolio, libertà, Ideazione Editrice, Roma 2010 / una nuova versione riveduta, Edizioni dell’Urogallo, Perugia 2011). Inoltre, ha pubblicato la traduzione italiana dell’elegia pessoana Alla memoria del Presidente-Re Sidónio Pais, corredata di un ampio saggio introduttivo (Antonio Pellicani Editore, Roma 1997 / nuova edizione riveduta, Edizioni dell’Urogallo, Perugia 2010) e il volume La vita plurale di Fernando Pessoa, dello spagnolo Ángel Crespo (Antonio Pellicani, Roma 1997 / riproposta nel 2014 ed editata dalla Bietti di Milano in una nuova edizione ampiamente annotata).

1. Com’è nato il suo interesse per la lingua e la letteratura portoghese?
È stato assolutamente casuale! All’inizio dell’Anno Accademico 1971/1972, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi Perugia, dov’ero iscritto al Corso di Laurea in Lingue e Letterature Straniere, entrai insieme a due colleghi in un’aula dove pensavamo si dovesse tenere la lezione di Lettorato inglese. Ci trovammo al cospetto di una signora, che vedevamo per la prima volta, la quale, dopo essersi presentata (prof.ssa Maria Helena Almeida Esteves), disse di essere la docente responsabile della cattedra di Lingua e letteratura portoghese. Favorevolmente sorpresi, ma incuriositi sia dalla persona – una donna sui quaranta/quarantacinque anni, alta, bionda, con un lieve accento straniero e molto simpatica – sia dal fatto di avere l’opportunità di sapere qualcosa sul Portogallo, sui suoi usi e costumi, sulla sua storia, lingua e cultura, invece di alzarci e andar via, decidemmo di restare, assistendo così a una lezione introduttiva, assolutamente di grande interesse, su un Paese quasi esotico a quei tempi. Alla fine di luglio del 1971, quale vincitore di una borsa di studio, mi recai in Portogallo (un estenuante viaggio in treno, passando per Barcellona e Madrid, di tre giorni!), per frequentare il “Curso de Férias” di quell’anno presso la Facoltà di Lettere della “Universidade Clássica” di Lisbona. Rimasi folgorato da quel Paese meraviglioso e dalla sua capitale! Una volta rientrato a Perugia, decisi di cambiare l’ordine delle mie lingue: quale prima lingua scelsi il portoghese, seconda lo spagnolo e solo terza l’inglese, “retrocessa” dal primo posto! Mi laureai a giugno del 1976 in Lingue, il primo con specializzazione in portoghese dell’Università di Perugia e tra i primi d’Italia. A partire dall’anno accademico 1976/1977 divenni assistente volontario (o esercitatore, come allora era chiamato) di Lingua e letteratura portoghese. Era l’inizio della mia carriera universitaria.

2. Qual è stato l’argomento oggetto della sua tesi di laurea?
Elaborai una tesi storico-culturale su un cronista portoghese del XVI secolo dal titolo: «As “Lendas da Índia” di Gaspar Correia».

3. Chi sono stati i suoi maestri?
La prof.ssa Maria Helena Almeida Esteves, ovviamente, ma anche, e soprattutto, il prof. Giovanni Allegra, allora titolare della cattedra di Lingua e letteratura spagnola, sempre presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Perugia.

4. Come mai ha optato per la carriera universitaria?
Potrei dire un’opzione puramente casuale, così come lo era stato il mio interesse per la lingua e letteratura portoghese. Una volta laureatomi, iniziai a lavorare nelle scuole umbre come supplente di lingua inglese. Anche se, nel frattempo, insegnavo lingua portoghese alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Perugia, quale assistente volontario, come già detto. Ovviamente, non percependo uno stipendio, ma solo il pagamento “a ore” per le lezioni tenute. Onestamente, sono stato fortunato…. Se mi fossi specializzato in inglese, mai e poi mai avrei intrapreso la carriera universitaria! Nel 1978 vinsi il mio primo concorso accademico, divenendo assistente incaricato, per poi, nel 1980, ricercatore di ruolo, e a seguire, nel 1999, associato di ruolo. A partire dall’anno accademico 2001/2002 sarei diventato docente responsabile delle cattedre di Lingue portoghese e brasiliana e di Letterature portoghese e brasiliana della Facoltà di Lettere e Filosofia di Perugia. Ruolo mantenuto fino al pensionamento, occorso il 1° novembre 2014, con trentasette anni di servizio + cinque anni riscattati – tra laurea e militare – e sessantaquattro anni d’età. Una mia scelta dovuta a motivi famigliari, visto che, quale professore di ruolo, sarei potuto restare in servizio fino al 2020, ossia, ai settant’anni d’età.

5. Su cosa vertono i suoi interessi di ricerca?
Abbracciano la letteratura tutta, e non solo quella luso-afro-brasiliana e italiana, nonché la critica letteraria, storico-culturale, politologica e linguistica. Del resto questi interessi “eterogenei” sono attestati dalle mie quasi cento “voci” bibliografiche, tra monografie, brevi saggi, articoli, curatele, recensioni e traduzioni.

6. Che docente pensa di essere stato per i suoi allievi?
Penso di essere stato un docente-amico dei propri studenti, apertissimo al confronto e al dialogo, e con i quali ho convissuto anche fuori dall’ambito universitario, organizzando per e con loro decine di viaggi-studio sia in Portogallo che in Brasile. Inoltre – e questo lo ritengo, senza falsa modestia, un vanto – non ho mai scelto gli argomenti dei miei “corsi monografici” basandomi su personali interessi ideologici, poiché anche da studente ho sempre condannato i professori, per così dire, politicizzati!

7. Che cosa la affascina di più della lingua portoghese e in cosa differiscono le due norme, quella continentale e quella brasiliana?
Del portoghese continentale, ossia, quello del Portogallo, mi affascina il fatto che è una lingua, per così dire, “monolitica”. Questo perché, per ragioni più che altro storiche (il Portogallo è lo stato più antico d’Europa, considerando che acquisì la sua indipendenza, dal Regno di Castiglia e Leon, nel 1139-1140), il Portogallo non possiede praticamente al suo interno dei dialetti, ad eccezione del “mirandese”, riconosciuto come lingua regionale co-ufficiale, insieme al portoghese, e parlato in tre piccoli comuni situati nella parte nord-orientale del Paese (Miranda do Douro, Mogaduro e Vimioso). Quanto alle due norme della lingua portoghese, quella continentale e quella brasiliana, esistono delle differenze importanti. Non solo a livello fonetico, ma anche a livello ortografico, lessicale e di costrutto della frase. Risulta impossibile dettagliare le differenze, che non sono poche, nel corso di un’intervista. È importante, tuttavia, ricordare il famoso “Accordo ortografico”, ossia, il trattato internazionale firmato nel 1990 allo scopo di porre fine all’esistenza appunto di due norme ortografiche ufficiali divergenti, quella del Portogallo (condivisa dal cosiddetto PALOP, ossia, dai “Paesi Africani di Lingua Ufficiale (Oficial) Portoghese”) e quella del Brasile. Tale accordo, di certo importante, non è stato universalmente ben accetto. Tant’è che sono molti gli intellettuali e scrittori, soprattutto portoghesi, che si rifiutano di metterlo in atto allorquando scrivono e pubblicano i propri lavori.

8. Quali prospettive dopo lo studio del portoghese?
La lingua portoghese, dopo quella inglese e quella spagnola, è la lingua europea più parlata nel mondo. Sono oltre trecento milioni i parlanti portoghese, essendo prima lingua ufficiale in otto Paesi. Oltre che in Portogallo e Brasile, è parlata in Africa (Guinea-Bissau, Angola, Capo Verde, Mozambico, São Tomé e Príncipe) e in Asia (Timor Est). Senza dimenticare le varie comunità di parlanti portoghese sparse tanto in Europa (soprattutto Francia, Germania e Svizzera) quanto negli Stati Uniti e in Sud America. Basta questo per dare l’importanza che merita allo studio della lingua di Camões. Quanto alle prospettive di lavoro in Italia, oltre all’insegnamento della lingua portoghese, oramai abilitante da alcuni anni, in varie scuole medie superiori, soprattutto nel centronord, ma anche in alcune città del sud, quale Napoli, c’è la possibilità di utilizzarla, per chi la conosce e l'ha studiata, nel campo della mediazione linguistica – ad esempio, in qualità di corrispondente in lingue estere presso uffici e aziende.

9. A cosa serve la letteratura?
Oltre a consentirci sia di accrescere le nostre conoscenze sia a confrontare la nostra visuale della realtà con la visuale che ne hanno altri soggetti, serve a ritemprare, e nel profondo, la nostra anima.

10. Fernando Pessoa: doppia anima o pluripersonalità?
In Fernando Pessoa sono entrambe presenti. La “doppia anima”, come più volte ho scritto o riferito in occasione di conferenze e interviste, è rappresentata dal “Pessoa poeta” e dal “Pessoa pensatore”, un trait d’union, un legame da tenere assolutamente da conto se si vuole davvero indagare e decifrare il pathos pessoano. Difatti, come si potrebbe cogliere l’intima essenza di Messaggio, il suo poema più conosciuto e rappresentativo, nonché giustamente più celebrato, senza ricondursi ai valori, principi e archetipi a esso soggiacenti e che ne hanno accompagnato la sofferta e profonda gestazione? Quanto alla “pluripersonalità” nel parlare di Pessoa è noto come tale termine sia sinonimo di “spersonalizzazione” o, meglio ancora, di “eteronimia”, ossia, la creazione di molteplici maschere, appunto gli “eteronimi”. Quelli maggiori corrispondono ai nomi di Alberto Caeiro, Ricardo Reis e Álvaro de Campos. Tutti poeti, come il loro demiurgo. Con caratteristiche individuali, tuttavia, sotto l’aspetto sia formale che sostanziale, poiché ciascuno di loro comporrà in perfetta e rigorosa autonomia stilistica e concettuale; e perfino provvisti di biografie…. Una «coterie inesistente» – nella definizione dello stesso Pessoa – cui andranno ad aggiungersi molti altri semi-eteronimi: maggiori (è il caso di Bernardo Soares, autore dell’ormai celeberrimo Il libro dell’inquietudine) e minori (António Mora, Raphael Baldaya, Abílio Quaresma, il Barão de Teive e moltissimi altri ancora). Complessivamente, oltre centotrenta autori fittizi tra eteronimi, semi-eteronimi e pseudonimi, artefici insieme al loro demiurgo di oltre 27.000 testi, di cui solo poco più di quattrocento, sia in prosa che in versi, pubblicati nel corso della vita di Pessoa. È chiaro come in un’intervista sia impossibile affrontare, nella loro completezza, i perché dell’eteronimia pessoana. Mi limiterò solo a dire che, pur dando in qualche modo credito allo stesso Poeta, allorquando scrive che «l’origine mentale dei [suoi] eteronimi risiede nella [sua] tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione», sono dell’avviso, d’accordo con l’opinione espressa in merito da uno dei maggiori studiosi pessoani, il portoghese António Quadros, che la scissione o «trasmutazione» di personalità in Pessoa è dovuta a un «processo psicologico-alchemico». Difatti, non si deve dimenticare, in tal senso, il suo grande interesse per l’esoterismo, l’occultismo e tutto quel che si riporti alla magia, quale appunto l’alchimia.

11. Qual è il libro che rileggerebbe volentieri?
In Patagonia (1977), dello scrittore inglese Bruce Chatwin, il maggiore “nomade” della letteratura contemporanea.

12. È vero che non si può tradurre senza tradire?
Focalizzando la sola traduzione letteraria, sia in prosa che in versi, non v’è dubbio che essa è un processo creativo che le macchine (ossia, i programmi di traduzione che attualmente vari traduttori professionali utilizzano) ancora non sono in grado di sviluppare o lo sviluppano solo parzialmente, poiché, alla fine, sempre risulta necessario l’intervento umano e, quindi, del traduttore “in persona”. La traduzione letteraria non può ridursi a una semplice operazione di riproduzione di un testo. Occorre considerarla come un processo che, a livello di dignità artistica, mette sullo stesso piano due testi, quello di partenza e quello di arrivo. Ancor più allorquando si tratta di una traduzione poetica, di certo molto più difficile o impegnativa rispetto a quella in prosa. Ebbene, limitandomi alla traduzione poetica, pur se è indubbio che il traduttore debba conseguire il “suo” testo conformandosi il più possibile a quello del poeta, è altrettanto indubbio come nel farlo debba servirsi del “suo proprio” apparato esegetico. In una parola, “fedeltà”, ma non una fedeltà “asettica”, ossia, basata sulla sola traslitterazione, ma che tenga conto di un principio essenziale, innegabile: qualunque trasposizione in versi è sempre un “passaggio” da lingua poetica a lingua poetica, poiché – per lo meno è questa la mia opinione – la condizione prima della traduzione poetica è la “musicalità”, la “melodia ritmica”. In sostanza, la traduzione poetica è poesia, ma una poesia che non deve essere intesa come “imitazione” e neppure come “interpretazione”, ma soprattutto come “ricreazione”: “poesia della poesia”.

13. Qual è il viaggio che più le è rimasto nel cuore?
Ve ne è più di uno tra i tantissimi realizzati nel corso degli anni, che non sono pochi, della mia vita. Tuttavia, il viaggio rimasto indelebile nel mio cuore è quello realizzato nell’aprile del 2006 nel Portogallo continentale e nelle Azzorre, non tanto per le mete, che conoscevo e conosco meglio delle mie tasche, ma perché faceva parte del numeroso gruppo – oltre quaranta persone, tra studenti, amici e parenti – la mia adorata figlia primogenita Marianna: l’ultimo viaggio in sua compagnia, visto che l’11 gennaio dell’anno dopo, a soli ventisei anni, sarebbe venuta a mancare a causa di una grave forma di leucemia.

14. C’è un episodio che vorrebbe condividere con i lettori?
Più che condividere, direi augurare a qualcuno, in particolare ai miei due amati nipoti: l’indimenticabile e particolare primo incontro, più o meno casuale, con la donna che da 42 anni è mia moglie, Aida Ligia, occorso nel settembre del 1978 a Campo Pequeno, la “praça de toiros” di Lisbona. Ci fu per entrambi un vero e proprio colpo di fulmine. Tant’è che, dopo alcuni mesi di convivenza e a distanza di un anno esatto da quel primo incontro, ci sposammo.

15. Qual è il suo motto?
Non inginocchiarsi mai davanti ad alcuno… solo in chiesa!


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 29-03-2021 alle 15:12 sul giornale del 30 marzo 2021 - 126 letture

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