Fermo: Arabo e glottodidattica: specificità di una lingua

8' di lettura 28/03/2021 - Intervista ad Andrea Facchin

Andrea Facchin è ricercatore di lingua e letteratura araba presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. Dopo periodi di ricerca trascorsi all'estero tra Tunisia, Olanda e Finlandia, ha conseguito il titolo di dottore di ricerca presso l'ateneo veneziano, specializzandosi nel campo della linguistica applicata allo studio dell'arabo. È autore di articoli sulla lingua araba e la sua didattica, nonché della monografia Teaching Arabic as a Foreign Language. Origins, Developments and Current Directions pubblicata dall'editore internazionale Amsterdam University Press (2019), grazie alla quale ha vinto il premio alla ricerca 2019 di Ca' Foscari per la categoria “Starting”. Tra i suoi interessi di ricerca si citano: la storia della didattica dell'arabo come lingua straniera, le politiche linguistiche attuate dai moderni stati-nazione arabi, i linguaggi non verbali e la comunicazione interculturale.

Qui di seguito le domande:

1. Da cosa scaturisce il tuo interesse per la lingua araba?
Dal fascino che esercita la sua cultura, nel senso più ampio del concetto. Si tratta di un mondo vicino dal punto di vista geografico e al contempo lontano per le caratteristiche della sua cultura. Inoltre, attraverso lo studio dell’arabo si può cercare di comprendere l’altro. Oggi, forse più di ieri, si fa sempre più necessaria l’esigenza di instaurare un dialogo con gli arabofoni che arrivano nel nostro paese, si pensi ai grandi flussi migratori dall’Africa settentrionale degli ultimi anni.
Con queste persone siamo chiamati ad avviare un dialogo al fine di comprendere, farci comprendere, mediare e negoziare significati. In questo senso, studiare l’arabo oggi ci permette di vincere la sfida dell’epoca in cui viviamo: creare una società che – con lungimiranza – tragga beneficio dalle diversità arricchendosi culturalmente allo stesso tempo.
Possedere quindi competenze di lingua araba diventa fattore strategico al fine di comprendere il parlante arabofono e metterlo in comunicazione con la società che lo circonda e che lo ospita, al fine di creare ponti tra culture e avviare dunque uno scambio tra di esse.

2. Quali sono stati gli argomenti oggetto delle tue tesi di laurea e poi di dottorato?
Sia nella tesi di laurea magistrale sia in quella di dottorato, mi sono concentrato sulla didattica dell’arabo come lingua straniera, o come preferiscono chiamarla gli studiosi arabi “didattica dell’arabo ai non-arabofoni”. Nel primo caso però ho condotto un’analisi introduttiva sui livelli del Quadro Comune Europeo di Riferimento per le lingue e le implicazioni del loro utilizzo con una lingua come l’arabo, che – come si sa – è caratterizzata da un panorama diglossico complesso, va detto, per eccesso di semplificazione: dominato dalla compresenza di due varietà di lingua funzionalmente differenziate.
Quanto alla tesi di dottorato, mi sono concentrato sulla prospettiva storica della suddetta disciplina. Ho passato al vaglio sessant’anni di storia della didattica dell’arabo come lingua straniera, attraverso le teorie elaborate dai suoi studiosi, i metodi glottodidattici e i dibattiti che si sono tenuti periodicamente nelle varie nazioni arabe; ovviamente, prediligendo sempre le fonti in lingua originale, che erano – fino a poco tempo fa – poco conosciute.

3. Che cosa hanno rappresentato per te i periodi di ricerca all’estero?
Un grande arricchimento, sia dal punto di vista della ricerca sia da quello personale. Ho imparato molto, sui libri, ma anche dalle persone che ho conosciuto.
Ho passato periodi di ricerca all’estero sia nel mondo arabo sia in Europa. Il paese che ho abitato di più è la Tunisia, per la grande disponibilità di fonti e un sistema bibliotecario che mi ha permesso agevolmente di reperire i libri che cercavo.

4. Teaching Arabic as a Foreign Language. Com’è nata l’idea di scrivere questo volume?
L’idea di approfondire lo studio della didattica dell’arabo come lingua straniera è nata sicuramente da un’esigenza pratica: la glottodidattica del resto è una disciplina pratica che mira, almeno in prima battuta, a risolvere i problemi di apprendimento o insegnamento che si riscontrano in aula. Quando ho iniziato a interessarmi a quest’area di ricerca avevo notato che poco si era ancora detto e scritto sulla connessione tra l’arabo e la glottodidattica. Fino al 2010, infatti, il tema di ricerca non era percepito come urgente, come accade oggi: le opere scientifiche sul tema in lingue diverse dall’arabo non erano molte. Questo mi ha portato a elaborare una prima analisi durante il percorso di laurea magistrale.
Tuttavia, è stato poi con la tesi di dottorato, quando ho potuto metter le mani sulle fonti in lingua araba, che mi sono accorto che una grande fetta di storia non era mai stata raccontata: la storia delle teorie, dei metodi elaborati dagli studiosi arabi o dei dibattiti sulle problematiche riscontrate in aula dagli stessi. Nella tesi di dottorato ho potuto redigere una prima analisi di questa storia, che poi è stata rivista e messa in forma di libro due anni dopo nella pubblicazione Teaching Arabic as a Foreign Language: Origins, Developments and Current Directions, edita da Amsterdam University Press.

5. Quali sono le maggiori difficoltà degli studenti italofoni alle prese con l’arabo?
Dipende sempre dal livello e dal progresso linguistico di ciascuno di loro. Se volessimo pensare agli studenti arabisti della triennale, sicuramente, una delle problematiche maggiori è quella di riuscire a “mettere a regime” tutta quella serie di informazioni grammaticali, morfologiche e sintattiche che si affrontano durante il corso di lingua e di conseguenza riuscire a comunicare efficacemente, sia per iscritto sia nell’orale. Se invece si trattasse degli studenti dei corsi di laurea magistrale, allora le difficoltà sono ben altre. Di solito si tratta di raggiungere un livello in cui si riesce a processare una buona quantità di informazioni specifiche direttamente in lingua, pensando in lingua, parlando e interagendo in arabo. Dico questo perché nel corso di laurea magistrale di Ca’ Foscari in Lingue, Economie e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa Mediterranea, dove insegno, io e i miei colleghi siamo soliti formare gli studenti sull’arabo dei mass media, con letture, ascolti e visioni di video riguardanti la sfera economica e socio-politica dei paesi arabi. Ciò permette loro di conoscere e approfondire molte tematiche di grande interesse, ma ovviamente la “massa critica” si fa più consistente e questo rappresenta il primo scoglio per molti.

6. Come definiresti l’insegnamento dell’arabo in Italia?
In evoluzione costante, come del resto l’insegnamento delle altre lingue straniere, essendo la glottodidattica una disciplina che segue i cambiamenti dei vari periodi storici. Lo ha dimostrato il reading method in passato e più di recente anche la tanto discussa DAD, la quale ha raccontato a un pubblico più vasto le caratteristiche, i punti di forza e di debolezza della didattica in generale e nello specifico quelli della glottodidattica.

7. Che insegnante pensi di essere?
Un insegnante che non smette mai di imparare: dai libri, dagli studenti, dalle sfide che l’insegnamento comporta.

8. Quali prospettive dopo lo studio della lingua araba?
Oggi ce ne sono sicuramente molte, e tante più di ieri. Lo studio dell’arabo permette di avvicinarsi a nuove realtà in generale e questo spesso rappresenta, già in sé, un grande arricchimento dal punto di vista personale. Tuttavia, gli sbocchi lavorativi si trovano nel settore della mediazione culturale, dell’accoglienza dei migranti, in quello aziendale, della traduzione e dell’interpretariato, e ancora del turismo, della diplomazia e del giornalismo.

9. Quali sono gli aspetti della cultura araba che prediligi maggiormente?
Nelle mie lezioni gli aspetti culturali che prediligo sono quelli che riguardano le società arabe, la specificità culturale. Studiare arabo oggi ci permette di conoscere le società e attraverso la lingua di avere accesso a contenuti interessanti (negli ambiti più disparati: la politica, la società, l’economia, l’arte, la musica, il cinema, etc.), spesso poco conosciuti in Italia perché la barriera linguistica rimane ancora oggi un grande ostacolo per chi non conosce l’arabo.
Grazie ai media arabi (giornali, radio, canali televisivi, web tv, etc.), sempre più ricchi di reportage e allo stesso tempo di vari punti di vista, abbiamo oggi l’opportunità di conoscere le società del mondo arabo, i fenomeni che le riguardano, le caratterizzano, le distinguono le une dalle altre e i loro cambiamenti; ma anche la pagina politica, quella economica, sulle quali c’è molta attenzione a livello internazionale ormai da tempo, soprattutto dopo la primavera araba.
Gli eventi ai quali abbiamo assistito a partire dal 2011 e ai quali assistiamo ancora oggi, assieme all’emergenza dei rifugiati e dei migranti, hanno fatto sì che le notizie provenienti da questo mondo entrassero nella nostra quotidianità, facendoci conoscere meglio le società, la cultura araba, le sue diversità e permettendoci di interpretare le sue specificità.

10. Qual è il paese arabo in cui torneresti più volentieri?
Senza dubbio la Tunisia, dove ho vissuto. La porto nel cuore per vari motivi, uno fra tutti il ritmo della vita che in alcuni luoghi, scorre più lentamente.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 28-03-2021 alle 11:19 sul giornale del 29 marzo 2021 - 2 letture

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