Fermo: Il talento è un dono: intervista a Marinella Salami

14' di lettura 08/02/2021 - Accogliere le differenze, temere l'indifferenza.

Laureata con lode in Lingue e Letterature Straniere Moderne presso l'Università Statale di Milano, Marinella Salami è Interprete professionista free-lance di lingua dei segni italiana nonché formatrice. Svolge l’attività professionale in Italia e all'estero come interprete di conferenza e di trattativa. Conduce lezioni di etica professionale presso i corsi per interpreti LIS di Centri di Formazione Professionale, dell'Ente Nazionale Sordi e di Università in Italia e all'estero. Co-autrice di alcuni contributi sull'interprete LS apparsi in diverse pubblicazioni di lingua inglese. Socia ANIOS, è Membro del Consiglio Direttivo Europeo EFSLI dal 2007 al 2012. Presidente EFSLI 2012-2013. Dal 2016 è Direttore Esecutivo EFSLI.

1 . Tre aggettivi con cui ti descriveresti.
Dovendo scegliere: determinata, coscienziosa, ordinata (a modo mio).

2 .Come ti sei avvicinata al mondo dei sordi e alla Lingua dei Segni?
È stato un incontro casuale, come spesso avviene nella vita. Studiavo lingue all’università e ogni anno mi recavo in Gran Bretagna per perfezionare la lingua inglese. Un giorno ho visto alla BBC il programma See Hear, storico tv magazine della comunità sorda britannica. I presentatori sordi e gli ospiti udenti erano interpretati in simultanea da interpreti di lingua dei segni. Mi sono incuriosita e, tornata in Italia, mi sono informata presso la sezione di Milano dell’Ente Nazionale Sordi (ENS). Non avevo in mente di diventare interprete LIS, ma di conoscere qualcosa di più in merito alla modalità di comunicazione usata dalle persone sorde. Era l’epoca della diatriba “linguaggio mimico-gestuale versus lingua dei segni italiana”. Sono stata fortunata a vivere la lingua dei segni e a iniziare il mio percorso in seno alla comunità sorda in quel periodo. Sono stati anni intensi, ricchi di scambi di riflessione, di condivisione di intenti. Ricordo i seminari del team della dott.ssa Volterra al C.N.R. in via Nomentana a Roma - fucina di idee; il movimento rivoluzionario di “Orgoglio Sordo” di Milano; le pubblicazioni del dott. Renato Pigliacampo e il suo genio poetico visivo e visionario; il voler far parte di una associazione di categoria (nel mio caso ANIOS) per intraprendere un cammino di crescita comune; gli storici seminari di aggiornamento della Mason Perkins Deafness Fund organizzati dalla dott.ssa Elena Radutzky – un punto di riferimento fondamentale per la formazione degli interpreti in quegli anni. Elena ha portato l’America in Italia e ci ha sempre stimolato a guardare oltre i confini nazionali.
E poi gli incontri in seno alla comunità sorda per iniziare a vedere il mondo da un’altra prospettiva. Nuovamente baciata dalla fortuna, ho incontrato persone che fanno parte della Storia di quella comunità e della mia storia personale – Giannina Barbareschi, Guglielmo Invernizzi, Serena Corazza (e le sue affettuose reprimende), Armando Giuranna, Rosaria e Giuseppe Giuranna, Ida Collu, Anna Folchi, Emiliano Mereghetti… Ho sicuramente dimenticato qualcuno e me ne scuso. Quante cose ho imparato e che hanno contribuito alla mia crescita nel corso degli anni!
C’è stata, infine, la quotidianità di relazione con la lingua dei segni e con la miriade di persone sorde che hanno fatto parte, fino ad oggi, del mio vissuto privato. Incontri preziosi sotto molti punti di vista. Le comunità dei sordi di Milano e Piacenza sono le mie “comunità del cuore”.
In estrema sintesi, questo è stato il mio percorso di avvicinamento al mondo dei sordi e alla lingua dei segni. Persone e avvenimenti che si sono palesati lungo il mio cammino professionale e umano non necessariamente nell’ordine con cui li ho citati. A volte ne ho capito l’importanza a distanza di anni. E non ritengo concluso questo percorso: è in continuo divenire.

3. Perché hai scelto di diventare interprete LIS?
Quando ho iniziato il corso di formazione (all’epoca l’insegnamento della lingua dei segni e il processo di interpretazione facevano parte di un unico pacchetto), non avevo un’idea precisa rispetto al “cosa-farò-da-grande”. Coincidenze astrali favorevoli - direi - a cui è seguito un mio impegno professionale per sviluppare un talento che, in quanto tale, è stato inizialmente un dono. E un dono non va mai sprecato.
Lo studio delle lingue è un viaggio affascinante alla scoperta dell’Universo Umano all’interno del quale gli interpreti occupano un posto di apprendimento privilegiato. Il viaggio che ho intrapreso mi è piaciuto e ho voluto rimanere a bordo.

4. Quale percorso hai seguito per formarti come interprete LIS?
Sono laureata in lingue cum laude con una tesi sulla rappresentazione della sordità nella letteratura anglo-americana del XIX secolo. Ho frequentato il corso di formazione per interpreti presso la Sezione di Milano dell’Ente Nazionale Sordi. La sezione ENS di Milano è stata una delle prime sezioni in Italia a organizzare dei corsi formativi in collaborazione con la Regione Lombardia. Molti dei miei docenti di allora sono ancora oggi insegnanti, ricercatori, dirigenti, attivisti per il rispetto dei diritti umani delle persone sorde. Ricordo il viaggio fatto con due di essi, Rosella Ottolini e Salvatore Triolo, a Washington D.C. alla scoperta della Gallaudet University. Un altro momento di formazione a tutto tondo.
Ho poi iniziato il mio aggiornamento professionale frequentando corsi di specializzazione e di approfondimento in Italia e all’estero (MPDF, EFSLI, ANIOS, AIIC, AITI, EULITA) e presso varie università. Altrettanto importante è stata (ed è ancora) la formazione peer-to-peer - lo scambio quotidiano con i colleghi italiani e di altri paesi.
Un altro felice incontro per riflettere sulla professione e le sue peculiarità caleidoscopiche è avvenuto con alcuni colleghi CODA quando in Italia ancora non esisteva un loro movimento strutturato. Mi hanno stimolato a riflettere sul ruolo dell’interprete. Le nostre diverse esperienze (ma anche divergenze!) – io, outsider, con un background esclusivamente “udente” – hanno sempre trovato un punto di incontro costruttivo.
Rischio di essere banale, ma puntualizzarlo non fa mai male: la formazione (di base e continua) è conditio sine qua non per poter esercitare la professione con scienza e coscienza, per mantenere alta la qualità del servizio, per affinare le proprie competenze e acquisirne di nuove. Per chi fa parte di un’associazione di categoria è un obbligo normativo. È anche un valore deontologico ed è la massima espressione del rispetto che l’interprete deve sempre mostrare nei confronti delle persone con cui interagisce. In altre parole, è il miglior biglietto da visita di qualunque professionista. Peccato che nel nostro Paese la formazione non sia compiutamente standardizzata, neppure a livello accademico, e non sia accessibile alle persone sorde che vorrebbero diventare interpreti. Ci sono tuttavia delle eccellenze, formatori di vaglia e isole felici sul territorio. Guardiamo al bicchiere mezzo pieno con fiducia senza abbassare la guardia.

5. Che ricordi hai del periodo in cui sei stata interprete per il Tg4?
Un’esperienza straordinaria che mi è stata offerta dalla Sezione ENS di Milano. Nutro sentimenti di gratitudine e riconoscenza nei confronti di chi mi ha regalato questa occasione.
Il Tg4 è stata una bella palestra. Inizialmente la squadra era composta da cinque interpreti. Il primo ricordo è proprio questo: il lavoro in team. Tuttavia, non mi riferisco solo a noi interpreti. Era una squadra ben più numerosa: la redazione, il conduttore, la regìa, i tecnici di studio, i consulenti sordi. Tutti contribuivano, a vario titolo, alla buona riuscita del servizio.
L’edizione del Tg4 con l’interprete LIS è stata una grande conquista dal punto di vista linguistico e sociale perché non è mai stata concepita come un’edizione speciale per i sordi. Al contrario, si trattava di un telegiornale flash rivolto indistintamente a tutti i telespettatori sia di lingua italiana che di lingua dei segni.
Nessuno di noi interpreti del Tg4 aveva una formazione specifica in ambito televisivo. Abbiamo imparato sul campo, quotidianamente, fuori onda, ma anche in diretta e “senza rete”. Per spiegare la complessità del lavoro degli interpreti spesso si utilizza l’immagine del trapezista. Non tutto è prevedibile. C’è un tasso di “variabilità” che occorre saper gestire al momento se si vuole mantenere in equilibrio, per l'appunto, la qualità dell’interpretazione con gli standard richiesti. Tuttavia, un siffatto “saper fare” non è lasciato all’improvvisazione. Sotto questo aspetto siamo stati all’avanguardia. Come squadra abbiamo dato ampio spazio alla preparazione, alla sperimentazione e alla condivisione con alcuni dei nostri formatori sordi. Non era così scontato all’epoca e, ahimè, neppure al giorno d’oggi.
È stato entusiasmante essere testimoni oculari della coniazione e della diffusione di nuovi segni per denominare oggetti o concetti inediti.
Erano gli anni della “Milano da bere” e di Mani Pulite. Avvenimenti descritti con neologismi e nuovi modi di dire. Quando il termine “Tangentopoli” è entrato a far parte del lessico quotidiano televisivo (e non solo), abbiamo chiesto aiuto alla comunità dei segnanti madrelingua. Non spettava a noi interpreti “inventare” un segno a tavolino. L’esigenza di trovare un segno per denominare un nuovo fenomeno ha innescato quei processi naturali di creazione di un neologismo il cui uso vivo, da parte dei segnanti sordi, ne ha favorito l’ingresso definitivo nel repertorio lessicale comune della LIS. All’inizio queste buone prassi di collaborazione e reciprocità sono state molto frequenti e ben strutturate. Col passare degli anni hanno ceduto il passo alla proattività individuale, alla routine, agli impegni della vita quotidiana – complice anche la mancanza di risorse per riconoscere la professionalità dei consulenti sordi.
Gli interpreti non hanno speranza di crescita senza un rapporto continuo e costante con le eccellenze della comunità sorda e gli utenti sordi-segnanti del servizio. È triste dirlo: a ventotto (28!) anni di distanza dalla prima messa in onda del Tg4 in LIS, il mondo televisivo è ancora poco accessibile e poco inclusivo. Le nuove tecnologie ci hanno mostrato interessanti orizzonti da esplorare (il bicchiere lo dobbiamo vedere mezzo pieno, si diceva). Tuttavia, senza un cambio di mentalità non si va da nessuna parte.
Il Tg4 ha chiuso i battenti nel 2010 lasciando dietro di sé un patrimonio professionale importante. E a me personalmente, lo ripeto, anche un grande senso di gratitudine.

6. Che cosa ha significato per te ricoprire la carica di Presidente EFSLI e ora quella di Direttore Esecutivo?
È stata, ed è tuttora, un’esperienza dai contenuti umani e professionali gratificante. EFSLI è una grossa organizzazione dove l’intreccio di lingue e culture è davvero tangibile. Ho avuto dunque la possibilità di “mettermi nei panni degli altri” per cercare di comprendere la professione da un punto di vista che non fosse unicamente il mio. La dimensione multiculturale è sfidante e assume, in EFSLI, connotazioni umane, vere. È un continuo mettersi in gioco, ascoltare attivamente e sapersi ascoltare.
L’impegno è gravoso e ho sempre voluto operare con discrezione mantenendo un basso profilo. Mi interessano i risultati concreti, non l’apparire.
EFSLI significa anche amicizia. Alcuni colleghi sono diventati miei cari amici e fanno parte della mia vita privata.

7. Come pensi sia evoluta nel tempo la figura dell’interprete di Lingua dei Segni?
Siamo giunti all’inizio del 2021. Le comunità degli interpreti e delle persone sorde sono profondamente mutate. Hanno sviluppato una vibrante consapevolezza, nuove sensibilità, la ricerca scientifica ha avallato o confutato le pratiche del nostro lavoro sperimentale. È cambiato il modo di concepire e applicare l’etica professionale rivoluzionando, in parte, l’essere interpreti e mettendo in luce processi di presa di decisione mai considerati nel passato. Purtroppo, non sempre tutti i cambiamenti sono stati codificati in chiare pratiche e prassi professionali condivise. La professione si è anche arricchita di nuove risorse linguistiche e culturali. Poc’anzi abbiamo citato l’esperienza televisiva del Tg4. L’anno scorso a Londra si è svolto il primo workshop europeo sull’interpretazione in ambito televisivo. Mi ha reso felice constatare che, in molti Paesi, i programmi di informazione sono tradotti da squadre miste di interpreti: interpreti sordi la cui madrelingua è la lingua dei segni e interpreti udenti che spesso hanno la LS come L2. Un’occasione di crescita reciproca eccezionale. Mi preme chiarire che gli interpreti sordi lavorano autonomamente in televisione e traducono in diretta le notizie leggendole dal “gobbo”. Lo sottolineo perché mi preoccupa l’emergente sudditanza che taluni vogliono creare intorno alla figura professionale dell’interprete sordo. Sono pericolose forme di audismo che non possiamo tollerare. Chi attribuisce loro posizioni subalterne e di mero “supporto” crea assimetrie e forme silenti di discriminazione che ledono la dignità dei professionisti sordi. Rimando a Paddy Ladd per approfondire questi temi. [Apro una parentesi: la letteratura corrente utilizza ancora le denominazioni di “interprete sordo” e di “interprete udente”. Il dibattito terminologico è ancora aperto].
Infine, il grande cambiamento dettato dalla tecnologia. La recente pandemia del COVID ci ha costretto a rivoluzionare, almeno in parte, l’esercizio della nostra professione. Da un lato, il poter lavorare in remoto ci ha messo in grado di fornire interpretazioni e traduzioni oltre le barriere dello spazio garantendo distanziamento sociale e sicurezza sanitaria. Dall’altro, ha creato nuove sfide, non sempre piacevoli da affrontare, dubbi, interrogativi e insicurezze. Ci serve tempo per approfondire e capire i nuovi meccanismi virtuali.
Cosa ci manca per un reale salto di qualità? Una formazione standardizzata e accessibile (anche per il corpo docente!), un’alleanza sincera con la comunità sorda e tanta, tanta ricerca (accademica e non) nel campo dell’interpretazione e dei servizi di interpretariato. Ultimo, ma non per ordine di importanza, un degno riconoscimento della LIS, ça va sans dire.

8. Interpreti udenti e competenze segniche: quali prospettive?
Le competenze linguistiche di un interprete dovrebbero soddisfare i livelli di riferimento più alti del Quadro Comune di Riferimento Europeo (QCER). Quest’ultimo distingue le diverse fasce di conoscenza linguistica. Ciò detto, concentriamoci anche sulle combinazioni linguistiche attive e passive, i contesti d’uso della lingua, i registri, la flessibilità e la varietà dell’utenza. Occorre saper mettere in atto i passaggi fondamentali di un atto interpretativo e di una mediazione interculturale per arrivare a prestazioni d'arrivo il più possibile simili a quelle dei parlanti/segnanti nativi. Certe abilità e sfumature, è inutile nasconderlo, appartengono soltanto a chi possiede la lingua dei segni come lingua madre. Appurate le competenze linguistiche e di interpretazione, non dimentichiamoci che interpretare non è solo una questione di lingue/culture. È anche comunicazione e interazione. Ci sono le cosiddette soft skills (competenze trasversali), ugualmente importanti, ma tanto bistrattate e sottovalutate in ambito formativo e professionale.
Ritornando alla domanda: credo sia giunto il momento di andare oltre e approfondire la questione da un diverso punto di vista. L'unione fa la forza: cerchiamo, per quanto possibile, di avere una varietà di interpreti madrelingua (e non) capaci di collaborare insieme per una crescita comune.

9. Da cosa si intuisce la stoffa dell’interprete?
Ci sono studi e test di ricerca che hanno tentato di rilevare, attraverso l’analisi di taluni parametri, l’attitudine a svolgere il lavoro dell’interprete. Sono stati presi in esame degli indicatori quali la motivazione, la flessibilità cognitiva, la stabilità emotiva, per citarne alcuni, e una serie di abilità cognitive che potrebbero predire la propensione all’interpretazione nonché mettere in luce il talento di talune persone. Nessun alibi, però. Alla formazione non si deve mai abdicare. È una questione di dignità e credibilità professionale.
Bisogna poi trovare il proprio “abito su misura”. Gli ambiti sono vari – simultanea di conferenza, TV, trattativa, comunità… Ogni contesto necessita dell’interprete più appropriato. Riuscire a indossare il vestito che ci calza a pennello non è così facile, soprattutto in assenza di corsi di specializzazione.
Rispetto e buona creanza sono l’ago e il filo con cui cucire proporzionalmente le diverse competenze.

10. Qual è il tuo motto?
La mia libertà finisce dove inizia la vostra.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 08-02-2021 alle 13:17 sul giornale del 09 febbraio 2021 - 132 letture

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