Fermo: La lingua araba: un'identità che si costruisce

15' di lettura 10/01/2021 - Intervista a Marco Lauri

Marco Lauri è nato a Fermo nel 1983. Nel 2002 ha ottenuto la maturità linguistica al Liceo Calzecchi Onesti di Fermo. Nel 2008 si è laureato in Lingue Orientali all'Università Ca' Foscari di Venezia, nel 2012 ha ottenuto il dottorato in Civiltà Islamica - Storia e Filologia all'Università La Sapienza di Roma con una tesi sul pensiero utopico nella filosofia e nella letteratura arabe. Dal 2014 è docente a contratto presso le Università di Macerata e Urbino, e dal 2019 anche in quella di Chieti-Pescara. Ha tenuto e tiene corsi di Filologia Araba, Filologia Semitica, Storia dell’Islam e Letteratura Araba. Ha pubblicato articoli per diverse riviste scientifiche internazionali, in particolare sulla filosofia araba medievale e sulle sue relazioni con la produzione letteraria. Collabora con LIMES – rivista italiana di geopolitica.

1. Com’è nato il tuo interesse per il mondo arabo?
Direi che è nato molto presto. In un certo senso era una presenza nella mia vita familiare. Mia zia Laura è stata docente di italiano negli Istituti di Cultura italiani per diversi anni, prima a Jakarta in Indonesia, poi a Tunisi, quando ero bambino. L’Indonesia non è un paese arabo naturalmente, ma è quello con la maggior popolazione musulmana al mondo. Laura tornava raramente ma portava sempre oggetti, cibi, racconti.
Avevo circa quattro anni quando andai con la mia famiglia a trovarla in Tunisia. Di quel viaggio ricordo poco, ma retrospettivamente potrei dire che sia stato l’inizio di un fascino che poi gradualmente riemerse durante l’adolescenza. Laura aveva imparato il malese-indonesiano e aveva studiato un po’ l’arabo. Quando avevo circa quindici anni mi prestò alcuni dei suoi libri; iniziai a studiare l’arabo su quelli, per un po’ con l’aiuto di una compagna di liceo più grande di origini marocchine. L’indonesiano invece non sono mai riuscito a impararlo decentemente; più tardi però ho studiato e apprezzato molto la letteratura indonesiana.
Un’altra motivazione emerse proprio nel corso degli anni del liceo, studiando le letterature europee (italiana, francese, provenzale) medievali, e in particolare Dante. Ci sono elementi in comune con aspetti della letteratura araba classica che di solito non si analizzano nello studio scolastico, ma a cui invece il nostro manuale e la nostra professoressa accennavano. Ero profondamente affascinato dalla letteratura cortese e sentivo che mancava un pezzo, che la ‘nostra’ storia per come ci veniva raccontata aveva deliberatamente rimosso delle componenti che si trovavano sulle altre sponde del Mediterraneo. Avrei poi imparato di avere sostanzialmente ragione, e credo che sia un peccato che la storia e la storia della letteratura in Italia vengano normalmente insegnate in modo che si trascuri o ignori in gran parte questo tipo di relazioni.
Infine, scelsi di iscrivermi a Lingue Orientali a Venezia, seguendo arabo e persiano. Sia la scelta di Venezia che quella del persiano hanno a che fare con la storia familiare, e in particolare con il lavoro di mio padre nel cinema e la sua amicizia con il grande regista iraniano, Abbas Kiarostami.
Era il 2002, nel clima dell’11 settembre, e posso dire che c’era anche una forte dimensione politica nel mio interesse. Trovavo già allora del tutto nauseante la retorica dello scontro di civiltà che all’epoca imperava nel discorso pubblico, fondandosi, anche se ancora non lo avrei saputo dimostrare, su vere e proprie falsificazioni storiche e concettuali.
Sono tornato in Tunisia due volte, durante l’università e dopo la laurea, e in qualche modo l’impronta di quel primo viaggio, la sensazione di essere in un certo senso a casa, in un luogo a cui appartenevo, mi è sempre rimasta.

2. Quali sono stati gli argomenti oggetto della tua tesi di laurea e poi di dottorato?
Citavo l’aspetto politico del mio interesse per le società arabo-islamiche. Fu quello a orientare la mia tesi di laurea magistrale: mi occupai in termini storici e comparativi della formazione del discorso ideologico di Hizbullah, il Partito di Dio libanese. Questa riflessione sulle ideologie politico-religiose andava a sfiorare il concetto di utopia, che sarebbe poi diventato il tema della mia tesi di dottorato. Si può parlare di un concetto di utopia, di riflessione sulla società ideale, nel pensiero musulmano e nelle letterature musulmane, specialmente in quella araba? Se sì, su che basi e in che termini? Per provare a rispondere a queste domande mi allontanai dalla politica e dalla storia contemporanee dei paesi arabi, per studiare invece il pensiero religioso arabo-musulmano del Medioevo e in particolare la tradizione filosofica. Questo è un altro argomento di cui troverei opportuno che nella cultura generale in Europa si sapesse di più: per quanto riguarda la filosofia e le scienze, la loro storia nel mondo musulmano è semplicemente inseparabile da quello che è accaduto nel pensiero cosiddetto ‘occidentale’; in particolare, la filosofia medievale e rinascimentale in Europa è incomprensibile se non la si rapporta, anche, a quella espressa in arabo ed ebraico, nello stesso periodo.

3. Che studente sei stato?
Ero bravo, pare. Molto curioso e appassionato, ma non ero particolarmente costante. Studiavo, ma di solito, sia al liceo che all’università, studiare mi veniva abbastanza facile e non ci dedicavo tantissimo tempo. Pensavo più a fare festa, a stare con gli amici. Mi sono divertito moltissimo all’università, ho un ricordo caro di Venezia, dove ho mantenuto amicizie importanti.

4. Riesci a conciliare ricerca e impegni accademici?
Per me è abbastanza difficile perché, come docente a contratto, sono in una condizione di precariato. Formalmente l’attività di ricerca non fa parte delle mie mansioni retribuite e quindi la svolgo nel tempo ‘libero’ anche se si tratta comunque di una necessità, perché è in base al profilo di ricerca che si viene valutati per avere gli incarichi di docenza e accedere eventualmente ai concorsi per l’assunzione. Tuttavia, nel complesso devo dire che, anche se con qualche difficoltà e molti ritardi, riesco a fare entrambe le cose.

5. Che cosa significa per te insegnare?
Cito uno dei miei insegnanti di liceo che una volta ci disse “Insegnare non è riempire vasi ma accendere fuochi”. Non ricordo con certezza da quale docente l’abbia sentita la prima volta, forse sono stati in diversi a ripeterla, ma l’ho sempre tenuta a mente. Più precisamente, credo che insegnare, in un’epoca come questa in cui le singole informazioni sono facilmente e costantemente accessibili, abbia molto a che fare con l’invitare a un metodo, trasmettere senso critico e i mezzi per esercitarlo: questi mezzi includono anche i contenuti, naturalmente, le cosiddette ‘nozioni’, ma non solo.
Ho la sensazione che molte persone, anche alcuni studenti a volte, abbiano l’idea che io dovrei mettermi in cattedra, o davanti al computer, parlare per il tempo stabilito riversando una serie di informazioni sull’uditorio, per poi convertire in un numero, al momento dell’esame, la capacità dell’uditorio di ripetermi le stesse informazioni. È un modo comodo, anche perché facilmente misurabile, di gestire la didattica, ma io lo trovo profondamente noioso. Spero di riuscire a fare qualcosa di più stimolante.

6. Di cosa trattano i tuoi corsi di Islamistica e Filologia araba?
Intanto devo precisare che non sono gli unici corsi che tengo. Al momento ho contratti in tre diversi atenei: Urbino, Macerata e Chieti-Pescara. A Urbino finora ho tenuto un corso chiamato “Storia della religione islamica”; i contenuti sono molto simili a quello di Islamistica. A Pescara ho due corsi, Letteratura Araba del primo anno e Filologia Semitica. A Macerata, oltre a Filologia Araba e Islamistica, ho tenuto e tengo corsi di Letteratura Araba: quest’anno avrò quello per il secondo anno del triennio.
Il corso di Islamistica è di tipo prevalentemente storico, perché a mio parere non è possibile comprendere la ricchezza e la complessità intellettuali dell’Islam senza collocarle storicamente e percepirne la stabilità di alcuni aspetti fondamentali e il mutamento di altri. Si finisce con il prendere alcuni versetti coranici avulsi dal loro contesto, e spesso mal tradotti o mal compresi, e dichiarare che rappresentano “l’Islam”, l’immutabile visione del mondo di tutti i musulmani ieri, oggi e sempre. È un procedimento paradossalmente comune a certi settori del radicalismo religioso musulmano (ma non alla tradizione religiosa musulmana nel suo insieme), così come agli islamofobi europei e nordamericani che vorrebbero escludere e discriminare i musulmani. Le società e le religioni nella realtà non funzionano così.
Anche in classe analizziamo alcuni versetti coranici in arabo, ma cerco sempre di mettere in luce la pluralità dei sensi possibili. Ovviamente in un corso di poche decine di ore devo fare scelte, per cui solitamente mi concentro sulle fasi storiche formative, l’epoca del Profeta, la sua vita e i primi tre secoli circa dopo la sua morte soprattutto, e più brevemente la fase moderna, gli elementi dottrinali fondamentali, e dato che la maggior parte degli studenti frequentano i corsi di Lingua Araba, dedico più attenzione alle regioni di lingua araba del mondo islamico: anche se è impossibile tralasciare l’apporto culturale fondamentale dell’Iran.
In Filologia Araba affrontiamo l’evoluzione della lingua araba, sempre in prospettiva storica e nel contesto. Dall’anno prossimo il corso, a Macerata, si chiamerà “Storia della lingua araba”. In realtà sarebbe più preciso dire “le lingue arabe”; esiste una forma linguistica standard che è più o meno basata, semplificando, sulla lingua del Corano e della poesia del sesto-settimo secolo dopo Cristo, e che viene tuttora usata come lingua scritta e lingua parlata nei contesti formali.
Ma ci sono anche altre varietà di arabo, alcune più antiche, oggi scomparse, altre che si sono formate a seguito della diffusione dell’arabo in un vasto territorio e che oggi funzionano come lingue colloquiali. Nel corso parliamo anzitutto della classificazione linguistica dell’arabo, delle lingue imparentate con esso più o meno strettamente, dei metodi di analisi delle lingue antiche in generale, e così via. Cerco di dare il senso della profondità storica della documentazione che abbiamo nei territori dove oggi si parla l’arabo, e della ricchezza delle fasi più antiche della documentazione, prima dell’Islam, una ricchezza che è stata studiata nel dettaglio e riconosciuta solo negli ultimi anni. Affrontiamo la storia delle diverse varietà di arabo in questo contesto, concentrandoci sulla lingua classica. Parlo anche del pensiero linguistico arabo: la grammatica era una disciplina importantissima nel Medioevo arabo, che aveva metodi di analisi propri e diversi da quelli a cui si è abituati nella scuola italiana, ma molto usati ancora nelle scuole arabe. Credo sia importante che gli studenti conoscano le linee generali di questo pensiero.
Il corso di Filologia Semitica è molto simile: l’arabo fa parte della famiglia linguistica semitica, e a Pescara do un po’ più spazio alla comparazione con lingue imparentate come l’aramaico, l’ebraico e l’antico sud-arabico. Un altro argomento che affrontiamo nei corsi di filologia è l’evoluzione dei sistemi di scrittura: l’alfabeto arabo e quello latino che oggi usiamo condividono la stessa lontana origine.
Nei corsi di Letteratura il programma varia a seconda degli anni e delle esigenze: a Pescara non abbiamo un corso specifico di tipo storico e di dottrina musulmana, quindi oltre alla letteratura medievale in senso stretto devo coprire anche questi aspetti; a Macerata quest’anno ci concentreremo sulla prosa araba tra l’undicesimo e il diciottesimo secolo e in particolare analizzeremo alcune parti delle Mille e Una Notte.

7. Qual è il tuo approccio con la didattica a distanza?
La considero un male temporaneamente necessario. Si adatta male al mio modo di insegnare e, come la maggioranza dei miei colleghi, non la amo, anche perché la struttura generale del sistema, le esigenze formali e i tempi, non sono sostanzialmente cambiati, ed erano pensati per la presenza.
Ho cercato di rendere le mie lezioni più ‘compatte’ e strutturate per punti: se in presenza, almeno con piccoli gruppi, una discussione aperta guidata dal docente, o una digressione estemporanea, possono essere efficaci e stimolanti, a distanza diventano dispersive.
Devo dire che la didattica a distanza, se ben fatta, potrebbe anche avere dei vantaggi: tuttavia questo richiederebbe una diversa strutturazione che non è di solito normalmente consentita: per esempio, nella mia esperienza le soglie di attenzione sono molto più basse in remoto, quindi sarebbe opportuno avere blocchi orari più corti, ma normalmente questo non è possibile per ragioni di regolamenti. Una mia amica e collega ha detto che quello che facciamo non è davvero didattica a distanza, ma didattica frontale davanti a un computer, e in generale sono d’accordo con lei.

8. Che cosa ti affascina della cultura araba?
Trovo difficile parlare in generale di ‘cultura araba’, se non in un senso estremamente generale. Stiamo parlando di una regione del mondo molto vasta, con circa trecento milioni di abitanti, vicende storiche diverse e tradizioni locali. Ovviamente molte di queste persone si identificano anche come ‘arabi’ e la lingua standard fornisce un patrimonio in parte comune. Se devo citare due aspetti che mi interessano in particolare, come accennavo prima credo di dover citare prima di tutto la tradizione filosofica, e in secondo luogo quella poetica, in particolare della poesia d’amore, che presto si trasforma anche in un codice per esprimere la devozione mistica.

9. Perché studiare l’arabo oggi?
Ci possono essere molti motivi. Per me si è trattato di curiosità culturale, non avevo in mente una specifica prospettiva lavorativa. Ho avuto diversi studenti che desideravano studiarlo per ricollegarsi alle origini familiari, o perché, parlando in casa una varietà colloquiale di arabo, pensavano di poter imparare facilmente la lingua standard. C’è chi lo studia per ragioni religiose, naturalmente, per comprendere meglio la tradizione religiosa musulmana, che nella sua fase iniziale si esprime nella lingua araba classica. L’arabo è stato ed è una grande lingua di cultura e una lingua di comunicazione internazionale, tra le altre cose è una delle lingue ufficiali delle Nazioni Unite.
Esistono diverse possibilità di lavoro in cui la conoscenza dell’arabo può essere necessaria o utile, dal commercio con i paesi di lingua araba, alla diplomazia o alla cooperazione internazionale, la traduzione, l’accademia. Esiste anche un piccolo numero di scuole superiori in cui l’arabo è insegnato come lingua straniera, anche se credo che nessuna si trovi nelle Marche. Molte persone che studiano arabo entrano poi nell’ambito dei lavori della mediazione culturale, dell’accoglienza dei migranti o della facilitazione linguistica; l’arabo non è indispensabile per fare queste cose ma credo che la sua conoscenza, o più in generale quella di lingue non europee, possa dare qualcosa in più. Alcuni di questi percorsi non sono facili o immediati.
In tutti questi ambiti, credo che si debbano dare alcuni avvertimenti: il primo è capire quale arabo si voglia studiare in base alle proprie motivazioni: la lingua standard è la base ed è utile per tutti, ma sono convinto che occorra completarla acquisendo la pratica di una o più varietà colloquiali, senza le quali ci si ritrova in difficoltà nella comunicazione quotidiana. Il secondo è che la conoscenza della lingua va praticata con costanza e pazienza, e accompagnata da una consapevolezza storica e culturale, e naturalmente, a seconda dell’ambito specifico che si sceglie, l’acquisizione di competenze specifiche, ad esempio per la traduzione o per l’insegnamento, e la conoscenza di altre lingue.
L’arabo standard non è una lingua particolarmente difficile da imparare: è in genere estremamente regolare e chiara, una volta che si entra nel sistema. Tuttavia, occorrono pratica ed esercizio frequenti.

10. Negli ultimi anni hai riscontrato una presenza arabofona importante nel Fermano o comunque nelle Marche?
Sì, ci sono comunità di persone originarie dei Paesi arabi, specialmente Marocco e Tunisia ma anche libanesi, palestinesi, siriani, e così via. Non saprei dare dati precisi ma ne incontro molte, sia dentro che fuori l’università. Non sempre però l’arabo scritto e formale, che è quello che ho studiato di più, mi permette di comunicare efficacemente.

11. C’è un episodio del tuo vissuto che vorresti condividere con i lettori?
Qualche anno fa al corso di Islamistica avevo uno studente egiziano, trasferitosi a Macerata per uno scambio, che aveva studiato all’Università islamica di al-Azhar, uno dei centri più importanti e prestigiosi di studio della tradizione religiosa musulmana al mondo. Verso fine corso mi disse una cosa come “professore, grazie a lei ho capito più della tradizione musulmana di quello che mi hanno insegnato ad al-Azhar”. Non credo di aver mai ricevuto un complimento professionale più gratificante, anche se non sono sicuro di meritarlo davvero.

12. Qual è il tuo motto?
Non credo di averne uno, ma citavo Dante prima, e quest’anno è un anniversario dantesco, quindi direi: “Amor che move ‘l sole e l’altre stelle”.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 10-01-2021 alle 16:51 sul giornale del 11 gennaio 2021 - 153 letture

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