Fermo: La bellezza è qualcosa di contagioso

8' di lettura 03/01/2021 - Intervista a Luca Bevilacqua

Luca Bevilacqua insegna Letteratura Francese presso l'Università di Roma Tor Vergata. Specialista della poesia dell'Otto-Novecento e in particolare di Mallarmé, di cui ha curato l'edizione delle Poesie edite da Marsilio (2017). Si è inoltre occupato di Baudelaire, Michaux, Apollinaire, Char e Bonnefoy. Si interessa di narrativa francese dell'estremo contemporaneo e ha scritto saggi su François Bon, Jean Rouaud, Emmanuel Carrère, Yasmina Reza e Michel Houellebecq.

1. Com’è nato il suo interesse per la letteratura francese?
Nel 1989, ero già al terzo anno di università, ho seguito le lezioni di Enrico Guaraldo. Teneva un lungo corso annuale: su Mallarmé nella prima parte, e poi su Le Plaisir du texte di Barthes. Fin dalle prime lezioni mi sono appassionato, credo soprattutto per il suo modo di insegnare. Ho cambiato il mio piano di studi e ho voluto laurearmi con lui.

2. Perché ha scelto di laurearsi con una tesi su Mallarmé?
La poesia di Mallarmé m’è parsa subito una sorta di non plus ultra. La condensazione del linguaggio, il suo mistero, il fascino di alcune immagini, la possibilità offerta al lettore di una collaborazione attiva per decifrare o elaborare un significato, più spesso una serie di significati. C’erano poi i frammenti postumi della Hérodiade, che in Italia non erano stati ancora molto studiati. Ho deciso di gettarmi nell’avventura. E c’era la questione dell’incompiutezza dell’opera, che sollevava molti interrogativi e diverse implicazioni sul piano estetico, oltre che filologico.

3. Come mai ha optato per la carriera universitaria?
Non si è trattato, all’inizio, di una scelta. Direi più un sogno, un’aspirazione. Mi piaceva l’idea di studiare ancora, dopo la laurea, in un dottorato. Ho tentato, tramite i concorsi, in diversi atenei (Milano, Torino, Bari). Ho avuto la fortuna di vincere infine una borsa a Palermo. Sono poi partito per studiare a Parigi, al fondo “Jacques Doucet”, dove si trovano diversi manoscritti di Mallarmé. E ho conosciuto due tra i maggiori specialisti della poesia simbolista: André Guyaux e Bertrand Marchal. Nel frattempo ho curato un’edizione italiana de Les Noces d’Hérodiade, con traduzione e commento. Le cose sono venute un po’ per volta, e alla fine il mio sogno si è realizzato: poter continuare a studiare per tutta la vita.

4. Che ruolo ha avuto Enrico Guaraldo nella sua vita?
Un ruolo fondamentale. Mi ha insegnato tutto, non solo come si entra in un testo letterario ma – stando a una sua espressione - come si fa a “muovere il pensiero”. È stata una delle persone più intelligenti e creative che abbia mai incontrato. Spesso inventava storie e personaggi, in parte reali ma per lo più immaginari, per intrattenere i suoi allievi o gli amici. Per questo, quando ero ormai un ricercatore, gli dissi che quanto a me, come personaggio, mi aveva inventato non solo nella fantasia, ma nella realtà. Come suo allievo, anzitutto. Ma poi come studioso.

5. A cosa serve la letteratura?
La questione è stata dibattuta infinite volte, e le risposte sono state le più diverse. Per me la letteratura è quel vasto corpus di opere che ci permette, nell’unicità di alcune espressioni o immagini, o in alcuni tratti narrativi, di entrare in un contatto profondo con la nostra interiorità. Scrittore, o poeta, è colui che ha trovato le parole esatte per descrivere un nostro stato d’animo, effettivo o potenziale. Senza letteratura l’umanità sarebbe molto triste e molto povera. L’uomo, inteso come essere umano, non saprebbe quasi nulla di se stesso.

6. Che cosa la affascina di più della lingua francese?
Il mio interesse prevalente è per la letteratura: per ogni grande opera, al di là della lingua in cui è scritta. E per fortuna esistono i traduttori, e tante, tante bellissime traduzioni. La lingua francese possiede una precisione, un ordine, un suo “genio”, che da Malherbe in poi sono divenuti proverbiali. Ma non è il francese a fare la grandezza degli scrittori, bensì il modo in cui essi lo hanno piegato e spesso scardinato per i loro fini. Dalla rivoluzione sintattica di Mallarmé (che poi è la causa della sua oscurità) alla “petite musique” di Céline, passando per la famosa frase proustiana, lunga e complessa, ogni scrittore si è creato una sua propria lingua, del tutto unica e inconfondibile rispetto alla lingua convenzionale o accademica.

7. Il francese è la Cenerentola delle lingue?
Non saprei, e in fondo non me ne preoccuperei. Fin dal ‘600 la lingua francese è per i francesi una vera istituzione, che loro stessi si occupano di difendere a tutti i livelli e in tutte le sedi. Non sta a me promuoverla. Ovviamente bisogna conoscerla bene se si vogliono studiare i poeti e gli scrittori francesi.

8. Lei è ricercatore, docente, autore e traduttore. In quale di questi ruoli si sente più a suo agio?
Come traduttore ho svolto quell’unica esperienza a cui accennavo sopra. Per il resto, si tratta di ruoli molto legati fra di loro. Il piacere di comprendere a fondo un testo, che è un piacere solitario, fatto puramente di lettura e di studio, talvolta di attesa, in un’assenza dal mondo esterno e dalle sue distrazioni, è un piacere che riemerge quando mi trovo a commentare quel testo davanti agli studenti. La bellezza è qualcosa di contagioso, ed è incredibile vedere come a volte si trasmetta rapidamente ai ragazzi. Qualche volta mi hanno ringraziato, dopo aver passato l’esame, perché avevo fatto scoprire loro cos’è la poesia. La scrittura saggistica, invece, è per me, flaubertianamente, un vero tormento. L’esigenza di chiarezza viene al primo posto. E poi bisogna avere delle idee: questo è appunto muovere il pensiero.

9. Se fosse un personaggio letterario, chi sarebbe e perché?
Nessuno in particolare. I personaggi letterari hanno questo di straordinario: ci lasciano entrare nei loro corpi, tra i loro pensieri, lasciandoci poi liberi, una volta chiuso il libro, di riprendere il normale corso della nostra vita. Il loro ricordo però a volte ci condiziona, nelle emozioni, nelle scelte, nei progetti. Come se li avessimo incontrati realmente.

10. Qual è il libro che rileggerebbe volentieri?
Mi appresto a rileggere il Viaggio al termine della notte di Céline, e sono entusiasta all’idea. Sto preparando infatti un corso da tenere, per la Magistrale, proprio sul Viaggio.

11. Qual è il suo rapporto con la didattica a distanza?
Come tutti i miei colleghi, sono stato costretto a fare lezione online a partire dal primo lockdown. Però a ottobre sono tornato in aula, con la modalità mista (alcuni studenti in aula, molti invece collegati da casa). La didattica a distanza ha senso nel momento dell’emergenza che stiamo vivendo. Appena la situazione dei contagi migliorerà, spero che si torni tutti a fare lezione all’università. A mio avviso il contatto umano è imprescindibile nella formazione. Il nostro mondo non può diventare quello di Matrix, sarebbe un incubo.

12. Cosa intende trasmettere ai suoi studenti?
Spero di mostrare qualcosa che ha un valore assoluto, come un piccolo patrimonio che potranno portare con loro per il resto della vita. In altri tempi il letterato era una figura di prestigio: aver letto molto, e in modo approfondito, equivale infatti ad aver vissuto più vite oltre la propria. Oggi il sapere umanistico è in declino, a vantaggio della scienza e della tecnologia. Ma la colpa è spesso dei letterati, che hanno abdicato alla loro specificità per copiare e inseguire (senza peraltro ottenere molto successo) gli scienziati sul loro terreno. È un lungo discorso. Ma vorrei che i miei studenti scoprissero la ricchezza enorme che ci offre la letteratura: un patrimonio appunto da non disperdere, da non inquinare con saperi più freddi e talvolta aridi, sui quali stiamo imbastendo un mondo – quello della tecnologia appunto - per molti versi privo di senso.

13. C’è un episodio che vorrebbe condividere con i lettori?
Mi piace - se si crea l’occasione, e qualche volta è capitato - incontrare gli studenti liceali. La loro reazione, il loro entusiasmo di fronte a una poesia di Baudelaire o a una pagina di Madame Bovary, riescono a sorprendermi, e per qualche momento provo di nuovo l’emozione di quando, da adolescenti, si scopre per la prima volta qualcosa di indescrivibilmente intenso.

14. Qual è il suo motto?
Ripeterei quello di Mallarmé: il mondo è fatto per finire in un bel libro.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 03-01-2021 alle 18:34 sul giornale del 05 gennaio 2021 - 422 letture

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