Le Marche e Fermo nei ricordi del grande Maestro Pupi Avati

9' di lettura 01/05/2020 - Si chiama Giuseppe Avati, ma per il cinema è Pupi, grande regista, sceneggiatore e produttore, nato a Bologna il 3 novembre del 1938.

Le Marche, un set poliedrico dalle mille sfaccettature che consente ai registi di dar libero sfogo alla loro fantasia, di gridare il famoso CIAK SI GIRA! Molti sono stati i registi che hanno scelto le Marche per girare i loro film, tutti baciati dalla fortuna. Tra questi "Il cuore grande delle ragazze" di Pupi Avati che vinse il premio "Nastro d'argento". Le scene del film sono state girate principalmente nel fermano. Abbiamo raggiunto telefonicamente il grande Maestro Pupi Avati, chissà se e quali ricordi ha della città di Fermo?

Buon pomeriggio Maestro, la ringrazio innanzitutto per la sua disponibilità. Le confesso che sono molto emozionata oltre che onorata di avere l'opportunità di fare questa chiacchierata con lei!

I suoi impegni artistici l'hanno portata spesso nelle Marche. Nella città di Fermo in particolare ha anche girato un film, "Il cuore grande delle ragazze". Seppure siano passati alcuni anni conserva qualche ricordo di quel periodo trascorso a Fermo per le riprese del suo film?
Le Marche sono un territorio che mi è molto, molto caro per molte ragioni. Innanzitutto perché è contiguo alla Romagna e quindi anche per motivi di lavoro; io, una volta prima di fare il regista cinematografico, mi occupavo di alimenti surgelati e avevo molti clienti nelle Marche, di conseguenza ero spesso nelle Marche e le conosco abbastanza bene. I marchigiani hanno una mentalità che assomiglia a quella di noi emiliani; ragionano, pensano e vedono le cose in modo molto simile a quello che è il nostro modo di vedere le cose, pensare e concepire la vita. Poi è successo questo piccolo miracolo per cui Di Ruscio, allora sindaco di Fermo, stimolato da una voglia di dare visibilità a questo territorio, nel momento in cui avremmo dovuto raccontare questa storia che doveva essere ambientata in realtà in Emilia sull'appennino tosco-emiliano, ci chiese di ambientarla nella campagna attorno a Fermo e a Fermo città. Quindi lì nacque una sorta di sodalizio non soltanto con Di Ruscio ma con tutta la comunità e siamo venuti nelle Marche dove siamo stati ospitati in un modo molto affettuoso come era capitato già in un'altra regione, per esempio in Puglia, quando facemmo "La seconda notte di nozze" oppure in Piemonte, ad Asti quando abbiamo fatto "Gli amici del bar Margherita". Ma nelle Marche c'è stato questo calore molto forte e molto esplicito per cui veramente tutte le location, tutte le ambientazioni, qualunque cosa ci fosse necessaria c'era chi ce la procurava una, due, tre, quattro volte. Eravamo veramente pressati dalla voglia delle persone che andassimo a girare da loro, sotto casa loro, nelle loro case, nelle loro attività commerciali. C'è stato un coinvolgimento locale veramente molto molto forte e questo credo che il film in qualche modo lo faccia trasparire, questo sentimento che c'è molto forte nei riguardi di quella terra e di quel luogo. Quindi è stata un'esperienza bellissima, bellissima. Anche gli attori sia Cesare Cremonini che Michela Ramazzotti mi ricordo che si trovarono davvero benissimo. Mi ricordo che facemmo un incontro pubblico con tutta la comunità e la cittadinanza al teatro dell'Aquila ed anche quella fu una bella situazione. Tant'è vero che da quel momento avevamo pensato di poter tornare nelle Marche per poter fare un altro film poi non è capitato; non è capitato perché le storie che raccontavo non si sarebbero prestate a quel tipo di territorio là. Non lo dico perché mi sto rivolgendo ad un giornale di lì ma perché veramente abbiamo sentito da parte dei marchigiani di essere veramente amati.

Di recente ho letto una sua intervista rilasciata subito dopo che era scoppiata l'emergenza in seguito alla diffusione del coronavirus dove diceva: "Questo tempo che sto vivendo che non somiglia a niente, è un pezzo della mia vita che vivo con gli occhi chiusi, in attesa di poterli riaprire." Oggi crede che sia arrivato il momento di poterlo fare, di poter riaprire gli occhi?
Ma io lo spero, lo spero veramente anche se ci sono molte cautele perché non siamo totalmente al riparo da questa cosa.
Che cosa ci ha insegnato questa esperienza? Che le nostre conoscenze sono veramente infinitesimali rispetto a quello che immaginavamo di sapere. La scienza che è straordinaria nella sua evoluzione, nella sua ricerca ha dimostrato dei limiti assoluti. Noi di questo coronavirus in realtà mi sembra di capire che non abbiamo ancora la minima idea di che cosa sia o se non altro molto molto vaga; se lei pensa che non abbiamo idea di quanto duri l'incubazione. Qualche sera fa vedevo in televisione la testimonianza di una ragazza, giovane tra l'altro, contagiata da 60 giorni, dopo 60 giorni ancora il tampone è positivo. Poi invece mio figlio, mia nuora e mia nipote a Londra sono stati contagiati, sono stati malissimo però per 18 giorni; poi è finita e grazie al cielo sono fuori. Però in realtà non sono fuori perché poi si scopre che invece non sei immunizzato perché se l'hai avuto una volta puoi riaverlo. Il calciatore Dybala, per esempio, adesso è nuovamente positivo dopo essere stato considerato immune, quindi non si diventa mai immuni. Non sappiamo quasi niente, l'illusione di poter contare su un vaccino a breve tempo mi sembra che ci debba preoccupare quindi dobbiamo stare molto molto attenti. Io seguo quelle che sono le disposizioni delle donne della mia famiglia, mia moglie e mia figlia. Essendo io tra l'altro una persona in età mi costringono veramente a rimanere in casa. Non sono mai uscito!

Il coronavirus ha segnato inevitabilmente un "prima" e un "dopo" nella storia. Il momento che stiamo vivendo è talmente epocale che, per forza di cosa, nulla sarà più come prima. Come sarà il mondo dopo il coronavirus? Torneremo alla normalità così come la conosciamo o la normalità che ci aspetta sarà diversa?
Sarà un mondo, mi auguro, un pò più autentico anche se continuo a vedere delle persone che continuano a spacciarsi ancora in televisione come esperti di tutto. Questi tuttologi, io penso che una delle piaghe della nostra modernità siano i tuttologi, cioè questi personaggi che non si capisce bene che cosa hanno alle spalle per poter andare in televisione a parlare di tutto, ad esprimere opinioni. Ci sono questi opinionisti che sono praticamente una compagnia di giro, sempre gli stessi, passi da un programma ad un altro e tu trovi sempre gli stessi. Saranno una dozzina di nomi, mica tanti di più, ma sono sempre gli stessi e qualunque cosa accada, che accada che non so che Salvini ha vinto o ha perso o che ci sia il coronavirus, sono preparati su qualunque tipo di argomento, sono lì a dire la loro. Io penso che ci vorrebbe un minimo di pudore e anche con un pò più di fantasia; cercare di andare a raccogliere delle persone che esprimano delle opinioni venendo dai settori degli ambiti di cui si parla piuttosto che queste persone che sono sempre in una posizione tersa, quindi mai coinvolti direttamente. Non conoscono alle spalle quel background per cui possono dire no ma noi qui abbiamo fatto o non abbiamo fatto. Sono al riparo da qualunque tipo di rischio però giudicano sono continuamente lì a giudicare e a giudicarci. Io penso che questa crisi che andremo a vivere, che sarà anche una crisi finanziaria devastante e comincia già ad esserlo adesso dovrebbe essere raccontata, testimoniata dalle persone, non attraverso un servizietto di soli tre minuti con l'imprenditore di Fabriano che deve chiudere la sua attività ma veramente rendendo davvero protagoniste le persone, non gli opinionisti. Aprire veramente il mondo dell'informazione a queste persone. Che ci parlino loro dei loro problemi non attraverso la mediazione di un opinionista perché l'opinionista travisa sempre attraverso la sua appartenenza politica, c'è sempre una strumentalizzazione dell'opinionista. Noi sappiamo bene che ci sono opinionisti di destra e di sinistra e si sa già quello che diranno perché sarà giustificare il governo o dargli addosso. Questo non è obiettivo!
Prendiamo come esempio la risposta che le ho dato io alla sua domanda, non è ideologica, non è di parte. Le ho detto: "Ho una gran voglia di riaprire gli occhi però allo stesso tempo mi rendo conto che ci sono molti rischi a farlo!"

In questo momento particolarmente difficile le è successo anche qualcosa di molto bello, un sogno che l'ha accompagnata per tanti anni sembra si realizzerà. Mi riferisco al progetto relativo al suo film su Dante Alighieri per i 700 anni dalla morte del sommo poeta. Cosa ha provato quando finalmente ha avuto il si da RAI Cinema?
La bella notizia l'aspettavo da tanto, erano diciotto anni che aspettavo la bella notizia che però è una bella notizia a metà nel senso che dobbiamo trovare ancora l'altra metà del budget, quindi non è che sia totalmente coperto il film. Dobbiamo ancora lavorarci però se non altro avere Rai Cinema che è dentro all'accordo ci da molta autorevolezza, ci da credibilità dopo tanti anni. Quando racconto questa storia di Dante, le persone non mi credono che io abbia dovuto attendere diciottanni per raccontare la vita di Dante Alighieri. Le persone mi dicono che è impossibile, con tutte le vite di tutti i personaggi che si son fatte, è impossibile che per Dante Alighieri ancora niente.

Il mondo dello spettacolo ed in particolare del cinema quando crede potrà ripartire?
Il mondo del cinema sarà l'ultimo ad entrare in campo naturalmente. L'unica cosa forse positiva è che ci sarà una grande voglia di tornare al cinema, penso, perché questa astinenza per tanti e tanta, tanta, tanta televisione forse ha restituito un pò di seduttività al cinema.

La ringrazio tantissimo Maestro, è stato gentilissimo, le faccio un grande in bocca al lupo per il suo Dante!


di Keti Iualè
redazione@viverefermo.it





Questa è un'intervista pubblicata il 01-05-2020 alle 21:54 sul giornale del 04 maggio 2020 - 249 letture

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