Senigallia: In prima linea durante la pandemia: a colloquio con il dott. Ansuini, responsabile della Rianimazione di Senigallia

5' di lettura 25/04/2020 - Il dott. Andrea Ansuini, Responsabile del reparto di Rianimazione dell'ospedale di Senigallia, racconta con grande forza morale ed esaustività quanto stanno vivendo medici e personale sanitario durante l'emergenza da ''Covid-19''.

Come sta affrontando l’ospedale di Senigallia l’emergenza ‘’Covid-19’’?
Si cerca in ogni modo di tornare ad una certa normalità in una fase transitoria dove si nascondono insidie e difficoltà ovunque: da un lato c’è una giustificata richiesta di ricominciare là dove tutto si era interrotto, consapevoli di avere ancora pazienti ''Covid'' o sospetti da isolare e trattare, dall’altro garantire percorsi e trattamenti ai pazienti non infetti garantendo con lo stesso personale la massima sicurezza. C’è da tenere presente che la struttura del nostro ospedale non ci aiuta affatto, non essendo stata progettata per eventi di questo tipo e l’esperienza recente insegna come tale rischio non può essere totalmente eliminato (ad esempio per pazienti con iniziale tampone negativo poi risultato invece positivo).

Come ha vissuto la fase acuta dell’emergenza?
Male, molto male! Noi tutti ci siamo trovati di fronte ad una tempesta improvvisa che non eravamo minimamente preparati a fronteggiare, nonostante in Rianimazione nei giorni precedenti medici, infermieri e OSS si fossero prodigati nell’allestire un percorso sporco/pulito che avesse un senso in una struttura completamente inadeguata ad accogliere questa tipologia di pazienti, considerando anche che avevamo ricoverati due pazienti non dimissibili. Ciò è stato fatto spostando mobili, carrelli, computer e materiali, liberando l’ambulatorio sito all’interno dei locali che funge anche da sala colloquio con familiari, destinando la sala di attesa a zona filtro, puntellando porte con carrelli onde impedire che si aprissero a finestre aperte: l’unico ricambio d’aria disponibile, attrezzando la centrale di controllo a zona svestizione, e quant’altro. Inoltre, ci era stato ordinato di allestire altri posti di intensiva nelle sale operatorie senza, in un primo momento, avere letti, ventilatori, monitor e pompe infusionali idonei al trattamento, per di più con personale di sala strumentisti e altri infermieri non preparati e formati alla gestione di pazienti critici e alla strumentazione connessa. Normalmente occorre almeno un mese di formazione affinché un infermiere possa acquistare una certa autonomia, il tutto condito da estrema ristrettezza di mezzi di protezione, i famosi dpi, di cui disponevamo ma non in maniera tale per questa emergenza; materiale e tecnologia idonea ci è poi stata fornita a più riprese, grazie anche a donazioni private e questo ci ha consentito un trattamento senz’altro migliore. Un pensiero particolare va a coloro che si sono ammalati, alcuni in forma grave, soprattutto durante la prima fase di piena dove in 24 ore è giunto un flusso continuo da Pesaro e provincia con la chiusura dell’ospedale Marche Nord.

Come è stato dal punto di vista psicologico gestire così tanti malati in terapia intensiva?
Devastante! Occorrerà tempo per razionalizzare quello a cui abbiamo assistito, ancora oggi in certi momenti si fa fatica a ripensare a tutto: la solitudine dei pazienti, la comunicazione anche solo telefonica con i parenti, la morte senza il minimo conforto, immaginate…

Attualmente la situazione è in miglioramento. Calano gli accessi in ospedale e la terapia intensiva si sta svuotando. E’ ancora presto per tirare un sospiro di sollievo o i senigalliesi possono sentirsi un po’ più tranquilli?
La nostra tranquillità dipenderà solo da noi e dal nostro comportamento virtuoso, non dimenticando che abbiamo a che fare con un “alieno”, per cui non abbiamo un trattamento specifico che conosciamo da poco tempo. Abbiamo cominciato a comprendere il perché produce danni talora letali e come limitarli. Molto c’e ancora da fare e fino a che non avremo, se lo avremo, un vaccino, la guardia non può e non deve essere abbassata. Ricordiamoci che ha causato a tutt’oggi più di 25000 morti.

Cosa lascerà in lei e nel suo staff il ricordo di questa situazione emergenziale?
I cinesi hanno un termine per definire la parola “crisi” che ha un duplice significato: “pericolo” e “opportunità”. Sui contenuti del pericolo si è assistito all’impatto del virus nell’ambito della salute, nello sconvolgimento dello stile di vita a livello familiare, sociale, nel crollo dell’attività produttiva e commerciale. Dalla “paura” che contagia l’intero tessuto sociale, alimentata anche dalle costanti notizie trasmesse dai mezzi di comunicazione, scaturiscono considerazioni da valorizzare. La paura induce a riflettere sulla precarietà della salute e della vita, sulla provvisorietà delle certezze e di quello che abbiamo e per cui lottiamo ogni giorno, al lavoro come in famiglia. All’ombra della paura si nasconde la presenza della integrità, che in questa occasione si è manifestata sotto forma di comportamenti corretti, accorgimenti igienici, l’uso di mascherine per neutralizzare l’infezione, in altre parole il rispetto dell’altro. La paura trova un riscontro positivo nell’appello all’unità, alla collaborazione, abbandonando facili discriminazioni nei confronti di chi non la pensa come noi. La paura che non paralizza, ma stimola, può trasformarsi nel dare il meglio di noi in eventi e situazioni che mai avremmo immaginato di affrontare. Il coronavirus diventa invito all’umiltà e come spesso accade sono queste cose, come appunto il coronavirus, che ci costringono ad un realistico approccio agli eventi della nostra esistenza. La paura di ammalarsi infonde in noi il bisogno di pregare, di affidarsi ad uno “spirito superiore”. Lo fa un paziente prima di sottoporsi ad un intervento chirurgico, chi vive un momento drammatico qualsiasi esso sia , chi deve sostenere un esame e così via. In definitiva, l’avversità restituisce agli uomini tutte le virtù che la prosperità toglie loro”, non ricordo nel preciso il dove averlo letto, ne chi lo scrisse… Però lo condivido in pieno!






Questa è un'intervista pubblicata il 25-04-2020 alle 00:08 sul giornale del 27 aprile 2020 - 200 letture

In questo articolo si parla di attualità, intervista, edoardo diamantini

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