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Processo Sarchiè: un'intervista alla figlia Jennifer

Jennifer Sarchiè 2' di lettura 21/01/2016 - L’arresto dei colpevoli e la vicenda giudiziaria ha coinvolto emotivamente moltissime persone sia a San Benedetto che nella provincia di Macerata dove Pietro lavorava prevalentemente. Abbiamo intervistato Jennifer Sarchiè, la figlia, che in questi mesi è stata protagonista della sua personale battaglia per ottenere giustizia e vedere alla sbarra i responsabili del delitto e per mantenere alta l’attenzione sul caso.

Jennifer, è passata più di un settimana dal verdetto che condanna i Farina all’ergastolo. Quali sono i tuoi sentimenti e le tue emozioni?

"L’ergastolo è una cosa, la scomparsa di mio padre è un’altra. Tornati dal Tribunale sono andata a trovarlo e l’ho ringraziato e sperato per il verdetto. Ho fatto un sorriso dopo la sentenza, mi hanno visto tutti. L’ho fatto per mio padre. L’ergastolo ci voleva. Per noi, per mio padre e per la gente che ci ha supportata. Deve essere un esempio per tutti."

Hai dedicato tanto tempo ed energie per ottenere giustizia. Adesso cambia qualcosa nella tua vita?

"Non ho pensato altro che a questa cosa. La battaglia è solo iniziata. Devo arrivare alla fine e fare tutto il possibile per farli rimanere dentro. E’ la cosa più importante. Per me lo scopo della vita rimane questo."

Cosa è successo con le associazioni che dovevano assisterti nell’iter processuale?

"All’inizio c’era da parte loro partecipazione attiva. Parlo in particolare di Paolo Bocelli di SOS Italia Libera. Avevo chiesto il supporto per tutto il periodo. Invece sono stati assenti. Un conto le foto con Sgarbi e Berlusconi, ma io non ho avuto l’aiuto sperato. Come parte civile l’associazione poteva parlare in tribunale, ma sono stati assenti. L’altra associazione ha fatto quello che poteva, ma non era capace di aiutarmi; magari potevano fare qualcosa come delle proposte di legge. Io non volevo niente, solo un aiuto attivo e non solo che scrivessero su Facebook."

Hai paura che i Farina possano poi non scontare la pena inflitta?

"Adesso c’è l’appello. Il timore c’è sempre. Però il giudice (Chiara Minerva n.d.r,) ha valutato bene. Per questo ha avuto il consenso da tutti. Ci sono giudici coscienziosi. Ci sono state motivazioni forti che forse non conosciamo. Lei ha capito che il figlio era lucido visto che ha avuto il coraggio di vendere il pesce di mio padre e mangiarlo. Non si era pentito. Ora le persone mi fermano per sapere chi è il giudice e tutti sono d’accordo sulla sentenza. Anzi molti non sanno che hanno pure ottenuto uno sconto, visto che potevano avere ergastolo con isolamento diurno. Per me la risposta è forte e giusta e spero che in appello non scenda mai la condanna."


di Roberto Guidotti  
redazione@viveresanbenedetto.it





Questa è un'intervista pubblicata il 21-01-2016 alle 22:35 sul giornale del 22 gennaio 2016 - 1043 letture

In questo articolo si parla di cronaca, Comune di San Benedetto del Tronto, intervista, comune di San Bendetto del Tronto, sarchiè

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