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Ecco come Gubbio passò dalle Marche all'Umbria

5' di lettura 17/06/2012 - Ecco la quinta sintesi del nostro seminario dedicato al Risorgimento italiano. Questa volta col relatore, il dr. Adriano Rosellini che opportunamente ringraziamo per la disponibilità, si va a sbirciare in archivio e così, sollevata la polvere dai carteggi, a rivedere come la città di Gubbio, nel 1860, fu "perduta" alle Marche per entrare a far parte dell'Umbria.

La sintesi, al pari della conversazione dello scorso 2 maggio al Mastai, efficacemente e con disincanto fa emergere un quadro piacevole, umoristico ed avvincente che non può non essere letto.

Gubbio perduta: una storia del 1860

Adriano Rosellini, chiarito in limine di non essere uno storico, ma solo un osservatore appassionato che si fa delle domande e ne cerca le risposte, ha narrato, con efficacia ed umorismo, il suo sconcerto giovanile nello scoprire – da umbro-marchigiano qual era – che il palazzo ducale di Gubbio era il palazzo dei Montefeltro, sicuramente marchigiani.
Le sue curiosità al riguardo sono state soddisfatte, almeno per quanto riguarda il come del trasferimento dalle Marche all’Umbria di Gubbio e del suo contado (altra cosa è il perché), dal lavoro di due storici eugubini (Maria Vittoria Ambrogi e Giambaldo Belardi) che – nella parte iniziale della loro storia della Società operaia a Gubbio nella seconda metà dell’800 – ricostruiscono nel dettaglio e con una documentazione esauriente la storia di quegli ultimi mesi del 1860 in cui maturò il distacco, e Gubbio fu perduta (alle Marche). La storia narrata dal relatore è gustosa ed amara al tempo stesso. Gustosa: i mille cavalleggeri che occupano Gubbio nella notte sul 14 settembre e che – dirottati da Perugia e non sapendo bene che cosa fare – prendono la strada di Foligno; il proclama alle truppe della “Commissione municipale provvisoria”; i festeggiamenti “fra lo sparo di mortaretti ed il suono del concerto” fatti il 30 settembre alla notizia della caduta di Ancona e della fine di ogni resistenza anti-piemontese; i fasti del plebiscito del 4-5 novembre (3965 votanti con soltanto “una quindicina” di contrari).
Ma anche amara: fin dal 3 ottobre la commissione municipale provvisoria – nominata dall’occupante e priva di ogni rappresentatività – senza minimamente consultare la popolazione e sulla base di una memoria predisposta (da chi?) per essa manda una petizione al regio commissario per l’Umbria (Pepoli) per lo “smembramento” dalla provincia di Urbino-Pesaro; l’8 novembre altra petizione allo stesso indirizzo per l’aggregazione alla provincia dell’Umbria (sarà bene sorvolare sulle “motivazioni”); il regio commissario provvede con il decreto 15 dicembre 1860 (n. 197) disponendo l’aggregazione all’Umbria (circondario di Perugia): il decreto è peraltro condizionato non (come richiesto dalla commissione) al riconoscimento di Gubbio come capoluogo di Circondario, ma semplicemente allo “smembramento” dalle Marche, rimesso al regio commissario di queste, Lorenzo Valerio. Questi provvede con assoluta tempestività: col decreto 20.12.1860 (n. 582) è stabilito che “la giusdicenza di Gubbio viene distolta dalla provincia delle Marche”.
“Consummatum est”.
Non solo per il linguaggio, elegantemente soft, il ruolo di Valerio nell’operazione complessiva appare decisivo tanto quanto abile nella sua collocazione dietro le quinte.
Valerio – ha chiosato il relatore – è una personalità di tutto riguardo: esponente della sinistra, era stato nominato al rango di regio commissario dal governo Rattazzi (per la provincia di Como) e, avendo dato ottima prova, era stato dal successivo governo Cavour trasferito alla complessiva responsabilità della provincia delle Marche. Abile, duttile, attivissimo (non è casuale che i suoi decreti fossero il triplo di quelli di Pepoli), fedelissimo al suo Re, dové sicuramente interpretare come desiderabile per il nuovo Stato l’accorpamento dell’eugubino alla provincia di Perugia, previo “distoglimento” dalle Marche, per più ragioni meno affidabili. Probabilmente, dal suo punto di vista, aveva ragione.
Ma certo non l’aveva per gli eugubini che, destatisi in ritardo, molto per essere stati retrocessi a semplice capoluogo di mandamento, ma tanto anche per altri buoni motivi (esattamente opposti a quelli della memoria anonima dell’ottobre) firmano in 390 (praticamente l’intero corpo elettorale amministrativo) una protesta contro l’annessione alla provincia dell’Umbria (29 dicembre).
Ma è tardi, sempre più tardi.
Il decreto Valerio è già operativo (dal 21 precedente) per la parte amministrativa e lo sarà anche per la parte finanziaria due giorni dopo, il 1°.1.1861, quando le firme di protesta ancora giacciono presso la pretura.
Alla protesta non v’è dunque neppure necessità di rispondere, visto che la ratifica di Torino, già intervenuta, non è mai stata in discussione.
Si chiude così una vicenda breve, ma dalle lunghe conseguenze, visto che Gubbio non recupererà più quel rango di capoluogo di circondario che – con altre denominazioni – era stato suo per secoli e – ancor meno – ritornerà alle Marche.
Ecco dunque il come: e come scrissero i “protestanti” ciò avvenne “in onta al proclamato principio del suffragio universale, senza premettere alcuna interpellanza”.
Così andarono le cose; a distanza di centocinquanta anni – ha concluso il relatore – non avrebbe forse molto senso continuare a domandarsi il perché. Ma qualche motivata, e forse non infondata supposizione, quella sì, la si può fare.


da Circolo di iniziativa culturale rivista Sestante






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 17-06-2012 alle 22:12 sul giornale del 18 giugno 2012 - 1884 letture

In questo articolo si parla di cultura, senigallia, gubbio, Circolo di iniziativa culturale rivista Sestante

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