Crisi economica, l\'Acli propone un contributo di riflessione

acli| 7' di lettura 21/05/2009 - Dopo aver organizzato un seminario sulla crisi economica e sulle sue conseguenze nelle Marche, seminario che si è rivelato un’utile occasione di confronto per amministratori, economisti, funzionari regionali, dirigenti d’azienda e sindacalisti, la Presidenza regionale delle ACLI propone un ulteriore contributo di riflessione. Autore di questo testo è Francesco Balducci, dottore di ricerca in Economia Politica e assegnista presso la Facoltà di Economia di Ancona.

Da circa due anni una grave crisi finanziaria sta producendo effetti disastrosi per i sistemi economici di quasi tutti i paesi del mondo. La crisi finanziaria, come è noto, ha avuto origine negli Stati Uniti e rapidamente si è diffusa a livello globale, trasferendosi dalla sfera finanziaria a quella reale dell’economia. Gli effetti della crisi si sono fatti notare nella quotidianità degli individui, con traumatiche conseguenze, estese a vari livelli. Anche nelle Marche la crisi si è manifestata in maniera pesante invadendo i distretti industriali della regione, dal Pesarese alla valle del Tronto. Alcuni interventi per sostenere l’emergenza sono già stati attuati, a livello comunitario, nazionale, regionale e provinciale, e altri ne seguiranno. Ad ogni modo, al di là delle doverose “medicazioni” immediate a vantaggio delle classi deboli, che maggiormente sentono il peso della crisi economica, ci si chiede se siano necessari interventi più profondi, interrogandosi sul modus operandi stesso del sistema economico internazionale. È certo che limitare le cause dell’attuale crisi a degli specifici “errori di percorso” significherebbe approcciarsi ad essa in maniera riduttiva, con il rischio di trascurarne le motivazioni più profonde.



In effetti, anche gli economisti e gli “addetti ai lavori” sono sufficientemente concordi nell’appaiare, fra le cause della crisi, gli aspetti particolari della congiuntura con altri di tipo strutturale. Al di là delle manovre economico-finanaziarie per uscire dalla crisi, non facili da ideare né da mettere in pratica, ci si può interrogare sui risvolti più profondi della crisi stessa. Le misure prese fino ad oggi inoltre, hanno avuto un ruolo, per così dire, di “placebo”, basandosi essenzialmente sui sintomi del problema. Nelle parole del Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, le seppur ingentissime somme di denaro investite per salvare gli istituti in difficoltà e per stimolare la domanda, assomiglierebbero ad “una trasfusione di sangue fatta a un paziente, trascurando la sua emorragia interna”. Secondo Stiglitz sarebbe piuttosto necessario puntare su degli interventi per le classi deboli, conferendo loro i capitali che per anni sono stati messi in mano del settore finanziario. In effetti, negli Stati Uniti si è per anni mantenuta una struttura della società fortemente disuguale, sperando che una maggioranza di individui avesse potuto continuare a godere dei suoi alti standard di consumo semplicemente prendendo a prestito da una minoranza di risparmiatori. Ripetuta negli anni, tale situazione si è rivelata non sostenibile.



Per uscire dalla crisi, si dice spesso, è necessario ripristinare la fiducia fra gli agenti economici. In effetti ogni tipo di sistema o comunità, sia esso economico o sociale, è per sua natura instabile se non esiste una fiducia reciproca, uno spirito di collaborazione e di comprensione, un’apertura verso istanze nuove o diverse, un insieme di regole condivise (e condivisibili) da tutti. Quelli che si osservano nei sistemi economici contemporanei sono forse dei livelli di antagonismo e conflittualità talvolta eccessivi, addirittura a scapito della legalità, del rispetto dei diritti umani, della qualità della vita e dei prodotti, della tutela delle fasce deboli, ecc… La stessa competitività auspicata da molti, prerogativa necessaria al funzionamento dei mercati, diviene inefficiente se si tramuta in mancato rispetto delle regole e degli avversari, e in “vittoria a tutti i costi”.



Il sistema finanziario, non lo si dimentichi, trova la sua ragion d’essere nel ruolo di intermediario, al servizio degli utenti. Un buon sistema finanziario, e anche queste sono parole del professore Stiglitz, è quello che assolve il suo compito utilizzando il minor livello possibile di risorse della società. È accaduto, invece, che la finanza ha letteralmente bruciato quantità enormi di denaro - o quantomeno le ha trasferite dalla sfera reale a quella finanziaria - tramutandosi da un mezzo a un’entità fine a se stessa. La necessità di ricostruire la fiducia è dunque fondamentale. Il processo dovrebbe essere coordinato e muoversi su più livelli, da quello globale fino alle istanze locali e individuali. Il nuovo Presidente degli Stati Uniti sta puntando molto su progetti macroeconomici che possano restituire la fiducia agli individui, non solo reciproca, ma anche nel sistema complessivo e nelle traiettorie future dello sviluppo umano. Lo stesso sistema capitalistico, che ha soppiantato le utopie sovietiche, non è privo di limiti. Una sfida è proprio quella di riconoscere e cercare di risolvere tali limiti, non vergognandosi di ammetterli.



Il mercato fallisce nei confronti del riconoscimento della qualità, su più versanti: questa caratteristica va monitorata e, dove possibile, migliorata. Si pensa di riconvertire l’industria investendo sullo sviluppo e lo sfruttamento delle energie rinnovabili e non inquinanti, di ridurre gli sprechi, di penalizzare i comportamenti scorretti e il mancato rispetto delle regole. Anche le politiche internazionali del Presidente Obama, molto aperte al dialogo e alla cooperazione, fanno ben sperare in questo senso. Agire a livello locale e individuale è altrettanto importante per stimolare la coscienza e la sensibilità ambientale degli individui, la cooperazione e il rispetto reciproco. Le regioni, e le Marche in particolare, dove la presenza di distretti industriali e di reti di conoscenza è già molto elevata, possono fare molto in questa direzione. In effetti nelle Marche, regione piuttosto piccola, le banche sono generalmente ben patrimonializzate e profondamente radicate nel territorio.



Questa caratteristica ha permesso di godere, in termini relativi, di una maggiore stabilità nei confronti della crisi. I rapporti fiduciari hanno resistito allo scossone. Tuttavia gli effetti della crisi, come si diceva, sono e saranno molto pesanti anche nella nostra regione. Verso una società sostenibile Al di là delle importanti misure già prese da varie istituzioni riguardo agli ammortizzatori sociali, vanno immaginate, alla luce delle considerazioni precedenti, delle prospettive di lungo periodo. In particolare le Marche devono puntare sui propri punti di forza, alcuni dei quali in passato sono stati forse erroneamente identificati con dei limiti. Ad esempio, la struttura industriale diffusa e la presenza di reti e distretti consente di affiancare realtà produttive di avanguardia integrate nel territorio con elevati standard di qualità della vita e dell’ambiente. Inoltre i distretti hanno favorito la formazione del cosiddetto “fattore organizzativo-imprenditoriale”.



Ad ogni modo questa struttura diffusa non deve trasformarsi in isolamento delle singole entità che, come spesso avviene, non comunicano o si ostacolano a vicenda. Vanno create delle reti e sfruttati i trasferimenti di know-how, vanno avvicinati i mondi della ricerca e quello industriale e i lavoratori ai proprietari, magari rendendoli partecipi di alcune quote di utili o immaginando delle forme cooperative. Inoltre, va curato in maniera particolare lo sviluppo delle relazioni umane e del cosiddetto capitale sociale in quanto, non lo si dimentichi, un sistema economico è innanzitutto un insieme di individui. Si deve cercare di favorire l’integrazione sociale, in una realtà altamente spersonalizzante che, attraverso le formazione di nicchie di individui altamente “specializzate” e ristrette, può spingere all’individualismo o all’isolazionismo. È tendenza comune, dei giovani in particolare, quella di circoscriversi in gruppi ristretti accomunati dalle stesse preferenze molto specifiche.



Questi gruppi di individui tendono a dialogare poco fra loro, chiudendosi ed emarginandosi vicendevolmente. Le conseguenze di questo atteggiamento, che si estende a più livelli, dai gusti musicali, allo stile nel vestire, alla formazione di classi sociali o gruppi etnici non integrati, sono a volte estremamente pericolose. Non avviene raramente che l’incomprensione e la chiusura causino violenza e alimentino l’odio. Una delle grandi sfide sociali del futuro sarà proprio, a mio avviso, quella di riuscire a far coesistere un’elevata specializzazione e segmentazione degli individui con il bisogno umano di collaborazione, cooperazione e dialogo.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 21-05-2009 alle 19:02 sul giornale del 21 maggio 2009 - 931 letture

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