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Pro Natura: proposta di legge sulle case rurali

3' di lettura
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Nel 1990 il governo regionale a presidenza socialista approvava un’ottima legge a tutela del paesaggio agrario e del patrimonio edilizio rurale storico.

da Mauro Furlani e Vittorio Palazzini
Federazione Nazionale Pro Natura - Marche
WWF - Marche

A quasi vent’anni di distanza, dopo precedenti tentativi andati fortunatamente a vuoto, solerti consiglieri regionali di quasi tutti gli schieramenti, ad eccezione della cosiddetta sinistra radicale, difensori a parole degli interessi dell’agricoltura, sostenitori in realtà dell’economia del mattone, tentano di modificare questa legge, aprendo delle larghe e pericolose brecce nel suo impianto vincolistico.

Sostengono infatti che per migliorare i redditi dell’agricoltura e rivitalizzarla basterebbe disseminare la campagne di seconde case, agriturist, country house, annullando così completamente il principio secondo il quale le nuove costruzioni in zona agricola debbono essere giustificate dall’esercizio delle attività dirette alla coltivazione dei fondi. In pratica si viene a permettere a tutta una serie di soggetti extra agricoli con vari espedienti (recupero e trasformazione di annessi agricoli anche se crollati, costruzione accessori adibiti al giardinaggio, opere destinate al turismo rurale ecc.) di edificare per fini che con l’agricoltura hanno in genere niente a che fare.

Inoltre si rende possibile utilizzare al fine del computo dei volumi edificabili tutti gli appezzamenti di terra di uno stesso proprietario, anche se non contigui e in territori comunali diversi, permettendo così che anche due o più appezzamenti di piccole dimensioni, posti magari a distanza di chilometri, possano concorrere a costituire un’azienda agricola, in contrasto con ogni principio di modernizzazione aziendale tendente a favorire l’accorpamento. Chiamando in causa poi il progressivo invecchiamento di molti conduttori agricoli, si arriva ad affermare che per far fronte al problema basterebbe permettere ad un figlio, che ha già una sua definitiva attività e una sua famiglia nel centro urbano, di costruire una nuova residenza in campagna. Si dimentica però che l’attuale disponibilità abitativa nelle piccole e medie unità aziendale è nella stragrande maggioranza dei casi già più che sufficiente a permettere il reinserimento di un figlio residente altrove, sempre che veramente lo voglia, potendo contare quasi sempre sulla presenza di un edificio nuovo di discrete dimensioni e di un vecchio edificio adibito ad annesso agricolo facilmente e auspicabilmente ristrutturabile.

In realtà con questo nuovo provvedimento si vuole favorire, non chi intende trasferirsi in campagna per aiutare i propri genitori anziani (esigenza tutta da dimostrare), ma chi, pur conservando una abitazione nel centro urbano, intende attuare un investimento speculativo. Inoltre permettere la costruzione di nuove case non significherebbe favorire il recupero funzionale ed estetico del patrimonio edilizio esistente, ma disincentivarlo ulteriormente.

Tanto più che negli interventi sul patrimonio edilizio esistente si introducono tanti e tali possibilità di modifiche e di ampliamenti di cubatura, che non si capisce in che modo questo si possa conciliare con il principio della tutela del patrimonio edilizio storico imposta ai comuni attraverso la redazione di un censimento e la relativa classificazione con norme e vincoli precisi per gli edifici di maggior valore storico architettonico.


Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 09 ottobre 2007 - 1712 letture