counter
SEI IN > VIVERE MARCHE >

Macerata: allo Sferisterio va in scena una Norma tibetana

7' di lettura
1055

La forte spiritualità, la credenza nella reincarnazione, l’esteso politeismo, l’arte della memoria, l’origine nordica legata alla purezza primigenia della stirpe, la struttura sociale a rigide caste solo per citare le principali suggestioni iniziali, hanno gettato uno speciale collegamento con la cultura orientale, legata al buddismo, soprattutto di stampo tibetano, il cosiddetto buddismo tantrico.

da Sferisterio Opera Festival

Questi i caratteri della straordinaria e innovativa Norma, diretta da Massimo Gasparon che verrà rappresentata allo Sferisterio il 28 luglio, con repliche il 1°, 4 e 11 agosto, nell’ambito dello Sferisterio Opera Festival di Pier Luigi Pizzi.

Questa interpretazione dell’opera Norma, originariamente ambientata nelle Gallie, ha trovato una sua precisa direzione dopo uno studio attento delle tradizioni galliche e celtiche, di quelle romane legate ai miti della natura, svelando inaspettati e appassionati parallelismi culturali. Certamente simili collegamenti erano stati ipotizzati già nel XIX secolo da Madame Blavatsky che, attraverso viaggi di vari anni, portò per prima in Europa e nel nuovo continente l’immagine di un Tibet e di una India affascinanti e remoti, con misteriose origini che si perdevano nella notte dei tempi e con una decisa convinzione: che tutte le dottrine religiose esistenti nel mondo avessero una comune matrice di stampo teo-sofico, cioè si rifacessero a una unica dottrina madre di tutte che più o meno era stata travisata o stravolta nel corso dei secoli.

Inoltre attraverso lo studio dei movimenti teosofici in Italia all’inizio del secolo abbiamo conosciuto l’opera di uno straordinario studioso che ha un fortissimo legame con lo Sferisterio e con Macerata. Giuseppe Tucci, maceratese, il più noto tibetologo del XX secolo, prese le prime ispirazioni in ambito teosofico, per giungere a una propria analisi della cultura indiana e buddista tibetana di una modernità e universalità sconcertanti. “E cercando noi una universalità nel nostro lavoro di interpreti teatrali – scrive Gasparon - abbiamo trovato perfettamente pertinente utilizzare questo ideale flusso di culti, pratiche magiche, riti pagani e vaticini profetici nell’allestimento di Norma; il forte sincretismo nella nostra società ormai esige stimoli sempre più motivati e seri e spesso il mondo del melodramma si adagia in stilemi convenzionali o stancamente pseudo provocatori e modernisti”.

La lettura delle opere di Tucci ha aperto scenari inaspettati dove conferme a intuizioni trovano il conforto della scientificità e della storia. L’utilizzo di simboli decisamente fraintesi e annientati da un folle movimento politico nazionalsocialista, vedi il simbolo della svastica, oltre che al parallelismo tra le caste indiane, ariane, e le rigide regole di autopreservazione che nelle comunità celtiche vigevano, hanno stimolato la nostra sensibilità nella sfida di trovare la verità attraverso la finzione teatrale. Per esempio la svastica ha sempre distinto i due generi in questo modo: se ruota in senso orario, in direzione naturale è maschile, yang, positiva. Se ruota in senso antiorario è femminile, contraria, yin, negativa. In molti dipinti induisti e buddisti e nei tangkas tibetani (come nell’architettura dei templi cinesi, tibetani e indiani) la svastica compare in entrambe le forme per sottolineare la necessità di polarizzazione di tutte e due le forze. In Medio Oriente, a Micene e in Grecia furono scoperte svastiche su statue di donne, e attorno ad Artemide, signora della vita, così da far pensare a un significato di fertilità e vita.

E Norma può diventare l’Artemide Nordica, pura che unisce idealmente l’est e l’ovest divina e sensuale come Diana, senza smettere di essere sublime. Norma è Colei che si chiama Luna in cielo, diventa Diana in terra e Ecate assassina o Proserpina nell’abisso dell’oltretomba. La sua gelida e lucente bellezza rende solo l’uomo: l’astro lunare appare come una donna che sta filando nella carta del Sole dei Tarocchi, il mito delle Parche è oltremodo collegato anche alla Luna in quanto dispensatrice di vita e di morte.

La voglia di utilizzare una volta tanto il teatro per ristabilire delle verità, per portare notizie, per illuminare il pubblico della stessa meraviglia nel vedere scenari culturali più ampi e più positivi, hanno neutralizzato il timore di essere fraintesi. La conoscenza non può che portare libertà e progresso e mai si deve temere di conoscere. Una Norma austera e glaciale come lo sono stati i galli nelle loro foreste, all’aperto, in contatto con la divinità attraverso l’elemento Fuoco. Per la religione indiana il dio Agni è il tramite tra gli uomini e gli dei, il nostro Hermes. E Gasparon ha voluto utilizzare un grande altare votivo con un fuoco perenne che non si spegne mai, come nelle cripte tibetane . I galli, popolazione di origine celtica, vengono chiamati keltoi, galati, i puri. Questa definizione ricorda immediatamente la assoluta imperturbabilità delle popolazioni himalayane, filtrando ogni suggestione alla luce delle influenze indiane, la civiltà più antica del mondo.

La scelta di utilizzare fogge tibetane per i galli di Norma ha quindi una motivazione profonda, nella grande somiglianza che avevano in alcune concezioni teognoniche e nel modo di mescolare panteismo e immanentismo, così tipico del lamaismo o buddismo tibetano. Sono due mondi unici, non confondibili con altri e per questo estremamente simili nella loro unicità riconoscibile. Una popolazione nordica, che lascia in eredità riti antichissimi, che forse è stata tramandata da progenitori orientali, si fronteggia con romani privi di scrupoli e insensibili a qualsiasi condivisione culturale. “Gli antichi riti Arii, perfetti, donati dagli dei, come la loro scrittura, possono tornare sulla terra per darci l’estasi dell’assoluto – prosegue il regista -. La musica percorre le rampe della scenografie come se scalasse le lunghe scalinate del Potala. Lasciamo da parte il naturalismo alla ricerca dell’essenziale, del necessario, senza legami mentali e artistici di ordine troppo angusto.

Allo stesso sono presenti elementi di violenza quasi selvaggia, legati a miti di esorcismo, magici, sciamanici e che conservano ancora fascino per noi civiltà del progresso estremo, oramai frigidi e incapaci di sentirci parte della natura. Ecco il lato orientale che può dare nuova linfa alla consunta catasta di luoghi comuni, di corna e pelli, di barbari brutali e ignoranti, di pseudo figli dei fiori ante litteram, e ridare aulica compostezza e intelleggibile credibilità a questa setta di mistici druidi, depositari delle forze della natura, monaci guerrieri. Anzi mai come in questa occasione abbiamo trovato ogni piccola sfumatura per ribadire la verità nella rappresentazione. Cercare l’origine dell’Occidente in Oriente forse potrà non essere completamente scientifico, ma sicuramente ci stimola in termini subliminali a rimetterci in discussione. Non c’è traccia di attualizzazione, anzi, casomai si cerca di rendere veramente arcaica una composizione teatrale così fortemente limitata alla data borghese del 1830.

Riscopriremo la trinità Celtica rappresentata da un tridente che unisce il sole, la luce, il fuoco così simile a quella Indiana ove il tridente è quello di Siva, Visnù e rama. La musica di Bellini forse può trovare tra candidi pilastri bianchi che eccheggiano a Lhasa, e al tabernacolo sede delle energie dell’universo, equivalente tibetano dei nostri alberi della vita, una aura di solenne arcaicità scevra da mode e vezzi. Le aquile che sostengono il braciere sono retaggi degli antichi dei bonpo prebuddisiti, mandali tridimensionali che veicolano energie attraverso la profetessa.

La rudezza delle inospitali lande orientali forse ci trasporta verso un luogo di tremendi riti necessari alla storia del nostro spirito. Ci troviamo come Pollione scaraventati in un universo inaspettato, regolato da leggi immutabili, eterne, dove il tempo non conta e non si conta. Dove i gironi sono scanditi dalla luna, dove la Dea madre e come l’indiana Durga e Kali, allo stesso tempo genitrice e assassina; dove gli dei sono temibili come i demoni. Dove l’origine delle stirpi reali è diversa da quella umana, dove la morte non significa male, quando dona la perfezione e cancella l’errore; dove la magia e l’esoterismo hanno grandissima importanza e regolano la vita di tutti. Dove l’onore e la sincerità hanno un valore assoluto e non commerciabile. Insomma cercare la chiave della dottrina segreta che sta in noi, almeno cercando di fare del nostro spettacolo una liturgia che ci avvicina alla luce universale. Sfiorare il sublime in preda alla più dolce meditazione”.



Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 05 luglio 2007 - 1055 letture