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La Storia Ritrovata: Gavrilo Princip e otto milioni e mezzo di morti

6' di lettura 30/11/-0001 -
La sera 27 giugno 1914 pioveva. L’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono del regno dell’Austria-Ungheria, era a Sarajevo, a cena all’hotel Bosna (situato in una località termale vicino alla città) con alti dignitari del luogo. La Bosnia era sempre piaciuta all’Arciduca, che ne apprezzava il verde e la bellezza dei minareti.

di Paolo Battisti
bel-ami@vsmail.it


Egli, in quella visita, si era fatto accompagnare da sua moglie Sofia Chotek, madre dei suoi tre figli. Il giorno seguente, il 28 giugno, era il loro anniversario di nozze.

Mentre calavano le tenebre, Francesco Ferdinando discuteva della sfilata che l’indomani avrebbe percorso lungo le strade di Sarajevo.
Josip Sunaric, rappresentante del parlamento bosniaco, si mostrava preoccupato per le voci di possibili attentati, dato che i nazionalisti serbi erano in fermento e odiavano l’arciduca, considerato filocroato.

E poi il 28 giugno era il giorno di San Vito, anniversario della battaglia di Kosovo Polje, dove nel 1389 i serbi, anche se sconfitti dai turchi, riuscirono a prendersi una rivincita perché un tale, Milos Obilic, riuscì a pugnalare a morte il sultano. «Chi ucciderà Francesco Ferdinando sarà il nuovo Milos Obilic!», fra i facinorosi belgradesi circolava questa parola d’ordine. Karl von Rumerskirch, ciambellano dell’arciduca, consigliò caldamente di cancellare la visita.

Ma il luogotenente Erich von Merizzi fu di parere contrario, perché una rinuncia avrebbe rappresentato un segno di paura e sottomissione.
Anche Sofia era ottimista, sicura di aver avvertito grande calore nella gente. Così si decise di andare.

Il giorno dopo, 28 giugno, il tempo era splendido.
L’Arciduca fece colazione, si pettinò i baffi e si fece cucire da una sarta la divisa a filo doppio (che aveva una giubba blu con un collo alto con tre stelle e un nastro).
Ultimati i preparativi, Francesco Ferdinando si sistemò su una auto e il corteo partì.

A poche centinaia di metri, lungo il percorso, vi era appostato un giovane diciannovenne, Gavrilo Princip. Era un tipo malaticcio, olivastro, con i capelli nerissimi, e in tasca aveva una pistola Browning.
Princip faceva parte di un’organizzazione irredentista serba chiamata “Giovane Bosnia”, che propugnava l’annessione della Bosnia (dal 1908 parte dell’Impero Austro-Ungarico) alla Serbia, e che aveva la sua base operativa nella stessa Serbia e godeva di una certa tolleranza da parte del governo di quel Paese.

Egli era solo uno dei tanti congiurati sparsi lungo la strada che speravano di avere “l’occasione della vita”, cioè quella di attentare alla vita dell’Arciduca.
La macchina procedeva lentamente, ed a un certo punto fu così vicina a Princip che il ragazzo non ci pensò due volte: estrasse la pistola e sparò due colpi in sequenza, uno verso l’arciduca e uno verso il Governatore.

Gli istanti che seguirono furono concitatissimi, la folla era in tumulto. Princip venne arrestato subito e in un primo momento sembrò che i colpi sparati fossero andati a vuoto.
Ma mentre l’auto si rimise in moto, Sofia cadde riversa sul marito e Francesco Ferdinando cominciò a perdere sangue dalla bocca.
Venne immediatamente ordinato all’autista di fare retromarcia e correre al Palazzo del Governo. Erano appena trascorse le 11.

Francesco Ferdinando pallidissimo, sussurrò alla moglie: «Soferel, Soferel, non morire, vivi per i tuoi figli». Il luogotenente Harrach lo sorresse, chiedendogli come si sentiva. Lui: «Non è nulla».


Ma storceva il viso, perdeva sangue in continuazione, e ripeteva sempre più debolmente: «Non è nulla». Sei, sette volte. Poi la frase si trasformò in un rantolo.

Sofia era già morta. La pallottola le aveva attraversato il corsetto da destra. Emorragia interna. Alle 11.10 l’Arciduca era senza conoscenza. La pallottola gli aveva reciso la giugulare e si era conficcata nella colonna vertebrale.
Lo stesero su un letto e dopo innumerevoli tentativi riuscirono a sbottonargli la giacca. Sotto di essa però Francesco Ferdinando era in un lago di sangue. Alle 11.30 il medico accertò la morte della coppia reale.

Poco dopo, le campane di Sarajevo suonarono a morto e vennero esposte le bandiere abbrunate. L’esercito entrò nei quartieri serbo-ortodossi, compiendo centinaia di arresti, cattolici e musulmani improvvisarono vendette, la città fu per molte ore in balia di forze contrapposte che si scontravano tra loro, finché nel tardo pomeriggio scattò lo stato d’assedio e le strade si svuotarono.

Alla prime luci dell’alba Sarajevo era già una città fantasma, e probabilmente i suoi cittadini (e quelli di tutta la Bosnia e dell’Impero Austro-Ungarico) non sapevano ancora che a causa del giovane Princip il mondo stava scivolando verso la catastrofe.

Un attentato terroristico infatti, pratica molto comune in quel periodo storico, si trasformò in un caso internazionale e mise in moto una catena di accadimenti che precipitarono l’Europa in un conflitto di proporzioni inaudite, la Prima Guerra Mondiale.

Questa vicenda è un esempio di come il corso della “Storia” possa essere influenzato da singoli eventi, da decisioni individuali prese da personaggi minori o addirittura sconosciuti, da circostanze del tutto accidentali; nessuno può dire che cosa sarebbe accaduto se i servizi di sicurezza fossero stati più efficienti o se l’attentatore avesse mancato il suo bersaglio.

Nell’Europa del 1914 esistevano, è vero, tutte le premesse che rendevano possibile una guerra: rapporti tesi fra le grandi potenze (Austria contro Russia, Francia contro Germania, Germania contro Inghilterra), divisioni in blocchi contrapposti, corse agli armamenti, spinte belliciste all’interno dei singoli paesi. Ma queste premesse non avevano come sbocco obbligato un conflitto europeo.

Fu l’attentato di Sarajevo a far esplodere tensioni che altrimenti avrebbero potuto restare latenti.

Il 28 luglio 1914, L’Austria dichiarò guerra alla Serbia; quattro anni dopo, terminato il conflitto mondiale, l’Europa si ritrovò con otto milioni e mezzo di morti, oltre venti milioni di feriti gravi e mutilati e con un’intera generazione, quella dei nati nell’ultimi ventennio dell’800, letteralmente decimata.

Princip, una volta arrestato, cercò di uccidersi, prima ingerendo del cianuro e poi tentando di spararsi con la pistola. Nessuno dei due tentativi andò a buon fine: nel primo caso vomitò il veleno, mentre la pistola fu allontanata dalle sue mani prima che venisse sparato il colpo.
Poiché all’epoca dell’attentato egli era ancora troppo giovane per subire la condanna a morte, gli fu sentenziata la pena massima di venti anni di prigione, ma in carcere ne trascorse solo quattro e in pessime condizioni, perché morì di tubercolosi il 28 aprile 1918.





Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 01 dicembre 2006 - 9269 letture

In questo articolo si parla di paolo battisti, redazione

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