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Immigrato o luogo comune?

2' di lettura 30/11/-0001 -
Da extracomunitario ben collaudato (è da parecchi anni che sto in Italia) vivo sulla mia pelle parecchi dei disagi che l'immaginario collettivo (occidentale ma anche orientale) suppone che un immigrato debba vivere.
Forse inconsciamente me li vado a cercare io stesso, d'altronde sono ingredienti necessari per quella storia che ogni buon immigrato e, più in generale, ogni uomo di mondo (o chi vuole passare per tale) si racconta, sogna di raccontare o, come non di rado accade, sciorina non appena ne ha l'occasione.

da Mohamed Malih
Immigrato


Certo alle prime possono anche essere di qualche interesse ma passato l'effetto sorpresa si ha come l'impressione che siano tutte uguali; cambiano le singole circostanze, ma la musica di sottofondo è sempre la stessa e puntuali sono le parole che ne ordiscono le trame: sradicamento, lontananza, nostalgia, ecc.

I Phone center, le moschee, le piazze, i patronati, alcuni bar, le stazioni sono, a seconda delle etnie, i luoghi d'incontro abituali di molti immigrati dove questo genere di storie si sprecano e una buona dose di vittimismo va a mescolarsi a romanticherie nostalgiche che alle volte raggiungono apici di autocommiserazione da far impallidire d'invidia la più sfacciata delle soap sudamericane.

Quel che preoccupa è che su questo panorama desolante si sta formando l'identità di tutta una generazione di migranti, frustrata nel suo sogno hollywoodiano di un happy end all'insegna del: "e tutti vissero felici e integrati" ( piccole banlieu crescono).

Sono poi questi stessi migranti che vanno ad alimentare code infinite davanti a questure e uffici postali: una folla di flagellanti che si accalca dolorante e rassegnata non per chissà quale premio ultraterreno ma poter finalmente avere fra le mani il tanto agognato pezzo di carta azzurrognolo o arancione, il cosiddetto permesso di soggiorno.

Di questo variegato materiale umano un'attenta editoria ha fiutato il potenziale letterario e ormai negli scaffali di tutte le librerie è tutto un ammiccare di donne col burka da copertine arabescate.
Purtroppo anche fior fior di penne - penso a Magdi allam - , ad esempio, pur avendo tutti gli strumenti, per giocare un ruolo da protagonisti, di degni intellettuali (e Dio sa se ce n'è bisogno) di questa diaspora si mettono a cavalcare il mansueto mulo dell'attualità discettando su Kamikaze, Islam, Oriente e Occidente pescando a pieni mani nel su chiasso delle news.

Insomma fra le parole dei e sui migranti si sente acuta la necessità di più attenti cantori che non sguazzino in argomentazioni trite e ritrite, finendo per dare dello straniero un immagine distorta che non saprei come meglio definire ma che è, tanto per dare un idea, ben che vada una parodia della parabola del buon samaritano, ma di questo passo, ben presto, andrà ad assestarsi serafica nell'olimpo del luogo comune dove troneggia inarrivabile la casalinga di Voghera.

   

EV




Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 21 novembre 2006 - 1230 letture

In questo articolo si parla di immigrati, malih mohamed

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