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La selvicoltura marchigiana: Boschi svenduti e maltrattati

3' di lettura 30/11/-0001 -
Volge verso la fine l'annuale stagione silvana e altri imponenti squarci nel paesaggio forestale dell'appennino pesarese ribadiscono che la vecchia selvicoltura stenta a scomparire, malgrado nuove leggi che si professano moderne, malgrado gli appelli ad una maggiore attenzione agli aspetti collaterali che il convegno nazionale del novembre scorso di Acqualagna aveva evidenziato.

dall'Associazione Lupus in Fabula
wwww.lalupusinfabula.it


Altre immagini scioccanti dei tagli boschivi marghigiani dovranno essere visti dai massimi esperti italiani in materia di foreste perchè ancora un regolamento concertato e garantista delle molteplici interconnessioni alla pratica boschiva non è pronto per essere applicato.
Eppure sarebbe bastato in questa fase, come anche in passato, appena un pò di buon senso, e di aggiornamento rispetto al nuovo approccio naturalistico alle scienze forestali: è inutile ripararsi dietro alle ambiguità di un'esasperata difesa della tradizione, perchè le tradizioni quando sono sbagliate vanno cambiate e quando sono propriamente legate a bisogni passati di mera sopravvivenza non hanno motivo di esistere nel terzo millennio, tanto meno a scapito della legalità (mercato nero e sommerso) e della collettività.

Anche un neofita riesce a comprendere che il bosco non è solo un insieme di alberi da tagliare ma un ecosistema, un tassello imperdibile del paesaggio, un attore protagonista negli assetti idrogeologici, un custode di animali e piante rare, e poi ossigeno, carbonio, filtrazione delle acque, turismo. Ovvietà che tutti sono pronti a riconoscere a parole ma che si perdono un pò per volta, man mano che una riflessione passa di politico in politico, da ufficio a ufficio, fino al taglialegna che accende la motosega con il solo scopo di abbattere più alberi possibili.

Pare non sia possibile ottenere dagli organi preposti prescrizioni che adattino la legislazione vigente ed evitino disboscamenti da rapina, senza scrupoli, senza nessuna considerazione delle acclività, degli effetti di vento e neve su quelle poche matricine che restano, della pioggia che lava via terreno che mai nessuno riporterà, del ruolo ecologico e paesaggistico di quel bosco.

Dove si vanno a prendere le autorizzazioni al taglio, un bosco non è "il bosco" e così ogni pratica è trattata allo stesso modo e tutto si riduce ad un timbro ed una firma.
La Regione deve al più presto emanare un Regolamento attuativo della Legge Forestale in modo da colmare quelle clamorose lacune che hanno causato l'arretratezza della selvicoltura marchigiana, dove l'alto fusto è una percentuale irrisoria, dove la foresta matura e disetanea si vede in un paio di posti soltanto, dove si tagliano il 98% delle piante di un ettaro sulla costa come a 1400 metri di altezza, dove neppure le aree di protezione volute dall'Unione Europea (SIC e ZPS) sfuggono alla tradizione del taglio a raso.

Boschi svenduti e maltrattati, mentre una considerevole parte delle aree boscate sono in una sorta di limbo, a metà strada tra una nuova devastante ceduazione ed un uso intelligente che ne garantisca sia la produttività che il restauro naturalistico.

   

EV




Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 30 marzo 2006 - 1324 letture

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