Civitanova: Dentro il Covid Hospital, l'esperienza di Alessio: essere infermiere ai tempi della pandemia

5' di lettura 19/11/2020 - Fino allo scorso marzo Alessio era un ragazzo come tanti. Nato e cresciuto in un paese dell’entroterra maceratese, una laurea in infermieristica, le passioni per il basket (con un passato tra la Serie C e D) e il crossfit, il lavoro di infermiere all’ospedale di San Severino, una ragazza anch’essa infermiera. L’esplosione dell’emergenza covid-19, però, ha cambiato tutto.

C’è anche lui tra i tanti, giovani e meno giovani, che la guerra al virus ha spedito al fronte. E il fronte, oggi, si chiama Covid Hospital, dove Alessio è stato chiamato a prendere servizio da un paio di settimane. Non ci è arrivato totalmente impreparato, anzi, forte dell’esperienza maturata la scorsa primavera all’ospedale di Camerino, che all’epoca fu convertito totalmente in covid e che oggi spera di salvarsi proprio grazie all’apertura della struttura di Civitanova.

«A Camerino fummo lanciati in una situazione un po’ alla cieca, non si capiva ancora bene come intervenire e si lavorava con il terrore, e non esagero, anche solo di toccarsi per paura dei contagi – ricorda l’infermiere matelicese – ricordo la tensione dei primissimi giorni di lavoro, ma di positivo c’era che si trattava di una squadra di infermieri che già lavorava in gran parte dentro quell’ospedale, che si conosceva ed era affiatata. Ora al Covid Hospital nel modulo di terapia intensiva c’è un nucleo è quello stesso della Rianimazione di Camerino, guidato dalla coordinatrice Samantha Bartolucci, pur con altri infermieri che vengono da altre realtà del territorio, mentre in quelli di semi intensiva e degenza lavorano fianco a fianco per la prima volta persone che nemmeno si conoscevano. Ognuno ha i suoi modi, ognuno ha i suoi tempi, per cui nei primi giorni bisogna un attimo registrarsi. La struttura è meravigliosa, con spazi e macchinari all’avanguardia. Però ricordo nel mio primissimo turno che non si riuscivano a trovare le medicazioni o altre cose basilari del genere. Giorno dopo giorno ci siamo andati sistemando, ma di sicuro lo spaesamento all’inizio c’è stato».

Ora che i turni si sono regolarizzati (sette ore per quello mattutino, sette per il pomeridiano, dieci per il notturno), con squadre che più o meno lavorano sempre insieme, l’efficienza cresce. Ma avere a che fare ogni giorno con persone da intubare, che sanno di doversi addormentare e non sanno se si sveglieranno, resta sempre qualcosa di difficile emotivamente da approcciare. «A livello pratico, l’unica cosa davvero particolare della gestione della terapia intensiva covid è la pronazione del paziente, che resta per 16 ore a pancia in giù per favorirne l’ossigenazione – spiega Alessio – per il resto non c’è molto di particolare rispetto ad una terapia intensiva “normale”. Solo che per chi lo fa ogni giorno non ci sono problemi, idem per chi come me che la situazione l’aveva affrontata a primavera. Per chi viene da altre realtà è un po’ diverso, specie al primo impatto. A livello umano, poi, è durissima se non si ha una bella “scorza”. Io ho avuto un’esperienza nel reparto di Cardiochirurgia pediatrica ad Ancona e da quel punto di vista è stata molto formativa. Ma la paura che leggi negli occhi della persona che andrai ad intubare è sempre difficile da spiegare. Ma non ci sono solo persone addormentate in terapia intensiva. Ci sono anche coloro che si stanno riprendendo ma che non sono ancora sufficientemente forti per andare in semi intensiva. Quindi persone coscienti, che ti seguono con gli occhi, che leggono il nome scritto sulla tuta e per le quali diventi l’unico amico. Perché il dramma vero del covid-19 è che chi arriva a quel punto resta davvero solo contro la malattia. È vero che la tecnologia, con le videochiamate ed altro, viene incontro ma non è come avere un padre, un figlio, un fratello al proprio fianco. E per fortuna non siamo arrivati ai livelli della prima ondata. Ricordo i primi cinque turni a Camerino, avemmo un morto ad ogni turno. Si copriva il corpo con un lenzuolo bianco, una spruzzata di Amuchina e si portavano via i cadaveri. Tremendo, spero di non vivere più quella situazione».

Per non viverla più non basta solo avere una “astronave”, la struttura alla Fiera, ma anche chi la pilota nello spazio, ovvero il personale medico ed infermieristico. «Sicuramente, e il problema sarà maggiore se sarà necessario aprire gli altri moduli – conferma Alessio – perché ora quasi tutto il personale è dell’Area Vasta 3 e pian piano l’organizzazione sta andando sempre più a regime. Se sarà necessario aprire altri moduli servirà altro personale, ma non so quali potranno essere le soluzioni».

La speranza ovviamente è quella di tornare il più presto possibile alla normalità, al lavoro in sala operatoria a San Severino senza dover andare su e giù dai Monti Sibillini a Civitanova e ritorno. «Ho allestito una piccola palestra in garage così quando ho un po’ di tempo, e i turni me lo permettono, posso allenarmi un po’ a casa – conclude Alessio – il basket l’ho messo in sospeso per ora, anche perché i campionati locali sono fermi. Una volta che sarà passato tutto questo, chissà…».

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Questa è un'intervista pubblicata il 19-11-2020 alle 11:34 sul giornale del 20 novembre 2020 - 351 letture

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