Fano: “Chiamatemi Aisha”: Silvia Romano, il suo racconto tra prigionia e conversione

4' di lettura 11/05/2020 - La ‘verità’ sta tutta nell’inchiostro. Quello che Silvia Romano ha utilizzato per scrivere, giorno dopo giorno, il suo diario di prigionia. Un oggetto di carta rimasto nelle mani dei suoi sequestratori, ma che oggi – almeno simbolicamente – vale tantissimo. Perché lì dentro, probabilmente, viene spiegato tutto il percorso intimo, umano e spirituale che ha indotto la cooperante di Africa Milele, a metà della sua detenzione, a convertirsi all’Islam. Una scelta che sta facendo tanto discutere, le cui ragioni sono però personali, e che poco hanno a vedere con la sua liberazione. Di quell’intimità provata dal rapimento e da una prigionia durata quasi un anno e mezzo, d’altronde, non ne possiamo sapere granché. L’unica certezza è che Silvia, ora, la dovremo chiamare Aisha.

È questo il suo nuovo nome, quello che si è data dopo aver abbracciato l’Islam. Una migrazione spirituale lenta, graduale. Stando alle parole della 25enne di origini milanesi - rapita il 20 novembre 2018 nell’orfanotrofio di Chakama, in Kenya, dove stava operando -, nessuno l’avrebbe obbligata a fare il salto. Durante la prigionia ha imparato l’arabo e ha approfondito la cultura del posto. A un certo punto ha chiesto un libro, e le è stato dato il Corano. Dalla lettura - e dopo le prime preghiere - la scelta di convertirsi. Una scelta, sì. Al netto di possibili meccanismi psicologici esasperati dalla situazione, e su cui ogni giudizio sembra oggi inappropriato. Così come lo è insistere sul suo presunto matrimonio con uno dei carcerieri, negato categoricamente dalla stessa Silvia. Anzi, Aisha.

Tutto questo l’ha raccontato lei stessa durante le quattro ore di audizione di domenica pomeriggio con i pm della procura di Roma, dopo la passerella mediatica della sua uscita dall’aereo dei Servizi. È stato quello, forse, il momento in cui qualcosa è cambiato nella percezione dell’opinione pubblica. Vedere la volontaria liberata tra venerdì e sabato (i dettagli) scendere indossando un jilbab – un abito tradizionale somalo -, nella mente di tanti ha fatto scattare il sospetto che quella forse, non fosse più la stessa Silvia. C’è anche chi ha ipotizzato che fosse un abbigliamento più che normale, dato che è in Somalia che è stata detenuta e poi liberata. La conferma da alcuni giornalisti africani: quello non era che un tipico abito da passeggio per donne. Islamiche, però, anche se al vestito in sé non va data una vera connotazione religiosa. Poi le parole della ragazza che hanno sollevato il velo del dubbio e lasciato spazio a una prima certezza: quella della sua effettiva conversione (qui le dichiarazioni iniziali).

Dai racconti della cooperante è emerso che i rapitori l’avrebbero sempre trattata con umanità. “Non sono stata costretta a sposarmi, non ho avuto costrizioni fisiche né violenze, né sono mai stata minacciata di morte", ha detto ribadendo che i sequestratori le avrebbero subito garantito che sarebbe sopravvissuta. Anche se questo non ha di certo fermato le lacrime incessanti versate durante il primo mese di prigionia.

Dopo il blitz compiuto da otto uomini armati di fucili e machete (i dettagli), l’allora 23enne è stata ceduta a esponenti di Al Shabaab, gruppo estremista affiliato ad al Qaeda. Il trasferimento è durato giorni, un po’ in moto e un po’ a piedi. Un’esperienza estenuante. I successivi trasferimenti sono avvenuti facendo forza soltanto sulle proprie gambe, camminando per chilometri. Sì, perché Silvia-Aisha ha dovuto cambiare almeno quattro covi. “Sono sempre stata portata in luoghi abitati – ha aggiunto -, e non sono mai stata legata. Mi chiudevano in stanze di abitazioni, sono sempre stata da sola, non ho mai visto altre donne e dormivo su dei teli". E i carcerieri? “Sempre gli stessi. Erano armati e a volto coperto, ma sono sempre stata trattata bene ed ero libera di muovermi all'interno dei covi, che erano comunque sorvegliati. C’erano almeno tre persone sempre presenti. Mi hanno spiegato le loro ragioni e la loro cultura, da loro ho imparato anche un po' di arabo".

Seguono alcune foto di Silvia Romano (qui la sua scheda) e del suo arrivo.

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Questo è un articolo pubblicato il 11-05-2020 alle 16:42 sul giornale del 12 maggio 2020 - 954 letture

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