Fermo: Fermo: Una bella camminata quello che ci vuole

3' di lettura 01/03/2020 - Tre chilometri, zona di Fermo. Quando vado, il cielo si sta intrecciando. Forse pioverà. Dico: meno male. Però lo strano inverno di sole ha donato immagini d'incanto, colori mai visti, visioni nitide.

Lascio l'auto accanto a quella che veniva chiamata Madonnetta Vinci, probabilmente dai proprietari conti Vinci, già chiesa e piccolo convento. Dopo la funzione sacra divenne ripostiglio e magazzino e casa di agricoltori. Un po' come accadde all'abbazia imperiale di Santa Croce al Chienti. Essa però restaurata. Quest'altra in abbandono.

Prendo la strada per San Pietro Orgiano. Traffico quasi nullo. Si scende un poco e un poco poi si sale. Dov'erano povere case di campagna sono sorte villette anche gradevoli. Di abitazioni d'un tempo ne rimane qualcuna. Un piano, la loggetta, le scale ad est, l'immagine in gesso o ceramic, non so, della Madonna di Loreto incastonata nel muro sopra l'ingresso, a protezione sicuramente di famiglie. Decodifico: la loggetta era il primo riparo dal freddo; la scala ad est consentiva alle donne in primavera ed autunno di lavorare il vimine o curare il bucato. Al tempo della mietitura era sedia e tavolo per rifocillare contadini che s'aiutavano nei campi: lu rrejutu, nel nostro espressivo dialetto. Gli psicologi evoluzionisti sostengono che aiutiamo le persone «perché siamo geneticamente programmati per farlo... siamo predisposti alla socialità». Per lo meno lo eravamo. Un esempio: nella Contea di Shasta, in California, i proprietari di ranch sfamano e accudiscono il bestiame altrui sfuggito dai ranch confinanti sino a quando i proprietari non si facciano vivi. Nulla chiedono in compenso.

Arrivo sul crinale. Alla sinistra scorgo la Torre Matteucci. L'hanno imbracata. Rischiava di cadere. Assomiglia ad un grissino grasso. Giusto i merli a farla riconoscere. La trecentesca costruzione serviva da avvistamento di pirati e segnalazioni di pericolo alla Rocca del Girfalco, con fuoco di notte e fumo di giorno.

Poco più sotto, come un fungo, spunta il campanile dell'Abbazia dei santi Marco e Lazzaro alle Paludi. Mi piace riportare il doppio nome dei santi. Lazzaro è dimenticato. Fondata nell'anno Mille, passata di proprietà dei Canonici lateranensi (agostiniani), fu spesso violata dai pirati saraceni. Ebbe per tre secoli un lazzaretto dove ricoverare i crociati lebbrosi di ritorno dalla Terra santa.

Anni fa la contrada di Capodarco ne ricordò la storia con una bella interpretazione teatrale in loco. Da rifare, ho suggerito al priore Massimo Benedetti! Ora scendo. M'attrae una collina davanti a me. È completamente spoglia. Solo un albero – uno solo – s'erge su un fianco come entità solitaria ad indicare la vetta. Mi ricordo di un brano del “Canto di me stesso” di Walt Whitmann.
Recita: «... Non porto a tavola nessuno, né in biblioteca, né in borsa. Ma ogni uomo, ogni donna io condurrò in vetta a un colle. La mia sinistra agganciata alla sua vita, la destra che indica paesaggi di continenti e una strada maestra... Se ti stanchi, dammi il tuo fagotto, e poggiami il palmo sul fianco. Mi renderai a suo tempo lo stesso servizio, perché una volta partiti noi non ci fermeremo».

Dammi la mano. Camminiamo insieme.




Adolfo Leoni


Questo è un articolo pubblicato il 01-03-2020 alle 12:22 sul giornale del 02 marzo 2020 - 260 letture

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