La mamma di Elia: Regione dove sono finite le indennità per le "particolari gravità" di un handicap?

26/02/2017 - Ancora tagli sull'assistenza ai disabili in un'Italia lontana con le proprie leggi dalla Convenzione ONU . Norme e iter burocratici che non aiutano chi si occupa dei meno fortunati

Montappone: “Elia è un bambino nato prematuro dopo 26 settimane; compirà 10 anni ad aprile ed è affetto da un grave ritardo psicomotorio.
"E' un bambino – ci racconta la mamma Monia Tirabasso – che è voluto vivere per forza contro ogni più rosea previsione degli specialisti di allora che avevano diagnosticato un futuro senza alcuna speranza; avrebbe vissuto, mi dissero, come un vegetale.”
Siamo a Montappone e potremmo essere in qualsiasi altro piccolo o grande Comune delle Marche a raccogliere la testimonianza di una mamma che si sente di rappresentare il cruccio delle tante madri alle quali nel 2017 è venuta meno quella indennità riconosciuta per la “particolare gravità” di un handicap.
“In buona sostanza – ci spiega – sono stati alzati i parametri per il riconoscimento della “particolare gravità” e quindi non abbiamo più diritto a quella indennità di 1600 euro annui che non sono tanto ma neppure poca cosa per la mia famiglia. Un'indennità variabile da caso a caso ma comunque ridotta o tolta completamente a molti. Le ragioni per le quali è venuto meno questo riconoscimento economico è che mio figlio, ora, è in grado di deambulare per casa; è vero ma è altrettanto verificabile che non mangia nè può andare in bagno da solo ed ha pertanto bisogno di un'assistenza continua. Credo – aggiunge Monia - che manchi nelle persone che hanno poteri decisionali la necessaria empatia, quella che invece hanno i familiari di chi è quotidianamente a stretto contatto con un soggetto problematico. Prima - prosegue - hanno tolto il trasporto poi hanno eliminato su questo anche quel 10% di rimborso che veniva garantito. Dico semplicemente che di anno in anno sono diminuiti i sussidi e che al mondo politico sfugge la quotidianità di chi vive certi disagi.”
Elia ci guarda e ci sorride agitandosi sulla sua sedia mentre andiamo via.
Disabile, invalido, handicappato, non autosufficiente: sono alcuni tra i termini più usati per la definizione di uno stato di disagio o menomazione psico fisica che tratta tali aspetti nella voluminosa normativa italiana. Una terminologia disorganica dietro la quale c'è sempre un beneficio, un'agevolazione che per essere ottenuti richiedono però non solo un accertamento clinico ma anche un iter amministrativo alquanto farraginoso.
Tanti, forse troppi momenti accertativi che mutano a seconda dei benefici attivabili e che spesso ingenerano confusione e finiscono col togliere a chi ha veramente bisogno di sussidi per dare il non dovuto al “furbetto” di turno.
Dunque una realtà in buona sostanza complessa per uno stato di disagio già penalizzante di suo. A tutto questo che evidenzia un notevole disallineamento dell'Italia dalla Convenzione ONU sui "diritti delle persone con disabilità" dobbiamo aggiungere come ci ha raccontato Monia che, di anno in anno, si sono ristrette le maglie dei benefici nei confronti degli invalidi.
Come si fa allora a sottacere lo sconforto di quelle famiglie che si misurano quotidianamente, ora dopo ora, con tali situazioni quando pagine di cronaca raccontano come vengono dilapidate risorse economiche pubbliche?


di Lorenzo Bracalente
lorenzo.bracalente@gmail.com