castelleone: Jeans, t-shirt, shorts e mini

30/11/-0001 -
Nel 1963 tre ragazze passeggiavano in maglietta e pantaloncini corti, che erano l’ultima moda dell’estate, lungo la riviera di Monterosso al Mare, vicino La Spezia.
Furono denunciate ai carabinieri sulla base della legislazione sul pubblico decoro. La cosa non passò sotto silenzio, stampa e opinione pubblica si occuparono della vicenda, ma lo scalpore che suscitò è un segnale dei profondi cambiamenti culturali in atto che stavano avvenendo non senza contrasti, equivoci e incomprensioni.

di Massimo Bellucci
Esperto di politiche giovanili
bellof3@tiscali.it


L’abbigliamento è da sempre un comportamento culturale complesso, può essere indice di appartenenza ad una classe sociale, occasione per farsi notare attirando l’attenzione, oppure veicolo per trasmettere messaggi e stati d’animo in maniera immediata e diretta.

Lo “scandalo” delle ragazze di Ponterosso al Mare avviene appena un anno prima dell’invenzione della minigonna da parte della stilista inglese Mary Quant, che la fece poi indossare alla filiforme modella Twiggy, anch’essa una icona di quegli anni, contribuendo a superare l’immagine di ragazza prosperosa in voga negli anni Cinquanta. Gli anni Cinquanta furono decisivi per la storia delle tendenze, soprattutto giovanili, una tappa importante è l’uscita del film “Fronte del Porto”, di Elia Kazan, del 1954, con Marlon Brando nella parte di un giovane scaricatore di porto.

Fino agli anni Trenta e Quaranta, guardando le immagini e i film dell’epoca, i giovani non hanno un abbigliamento proprio, si vestono come gli adulti. Il vestiario non è quindi ancora un codice tendente a rimarcare le differenze generazionali.

Ma in quegli anni cinquanta le cose cominciano a cambiare anche grazie alla diffusione del jeans.
Il jeans è fatto con una stoffa antica, elaborata alcuni secoli fa a Genova e adottata dai lavoratori portuali per la sua resistenza. Un pantalone fatto con la stoffa del jeans, insieme alla camicia rossa sono l’abbigliamento con cui Garibaldi è partito a Quarto per la famosa Spedizione dei Mille nel 1860.
Dieci anni prima dell’impresa garibaldina, un immigrato negli USA di nome Levi Strauss comincia produrre pantaloni di jeans molto resistenti e particolarmente adatti per il lavoro. Tuttavia è solo negli anni Cinquanta che avviene la vera diffusione mondiale del jeans, simbolo di informalità, di giovinezza, di comodità. E’ resistente, può essere maltrattato, conferisce quindi a chi lo indossa maggiore libertà di movimento diminuendo gli oneri in termini di attenzione, che invece un normale pantalone richiede, pena la sua rottura. Il giovane Marlon Brando nel film Fronte del Porto indossa una t-shirt e un paio di jeans, l’attore diventa subito un sex symbol, il film ha un successo mondiale che contribuisce a diffondere l’uso di questi nuovi indumenti che diventano popolarissimi nel giro di pochi anni.

La t-shirt è anch’essa informale: rispetto alla “vecchia” camicia a bottoni è più facile da gestire, inoltre può veicolare messaggi, siano essi ironici o di impegno sociale. Anche se all’inizio sono monocolori le magliette possono raffigurare il gruppo musicale preferito o un’associazione ambientalista, il corpo può diventare così un manifesto deambulante.

Jeans, magliette, short, minigonne contribuiranno a cambiare l’immagine dei giovani. Un certo tipo di maglietta diventa l’emblema di una generazione come quando i giovani contestatori del 1960, che reclamano maggiori diritti e osteggiano il governo neofascista di Tambroni passano alla storia come i “giovani con le magliette a strisce”.

Il cambiamento nel modo di vestire è accompagnato e sorretto dall’espansione economica e dall’industrializzazione che consente di immettere sul mercato questi capi di abbigliamento a prezzi accessibili a molti. L’impatto a livello di immagine è talmente forte che questi nuovi capi di abbigliamento dapprima contribuiscono rinnovare l’immagine dei giovani, diversificandola da quella degli adulti, poi questi capi, soprattutto jeans e t-shirt, cominciano a diffondersi in tutte le fasce d’età determinando una rincorsa verso l’abbigliamento giovane, verso una immagine giovanile di sé che non ha smesso di fare tendenza. Fino agli anni Trenta e Quaranta giovani e adulti si vestivano alla stessa maniera poi cominciano a differenziarsi nell’abbigliamento grazie alla diffusione di uno stile giovanile i cui capi più in evidenza sono short, t-shirt, jeans e minigonne, che si impongono in maniera così forte da diventare un punto di riferimento per tutte le fasce d’età.

Proprio perché l’abbigliamento giovanile fa tendenza anche le persone più attempate lo adottano innescando quindi un processo uguale e contrario a quello che ha condotto alla differenziazione, secondo un movimento circolare. Tuttavia non siamo tornati all’omologazione dell’abbigliamento, difatti esiste ancora uno stile giovanile, immediatamente identificabile esteticamente, alla cui diffusione contribuiscono sia la spinta delle multinazionali della moda, sia un incessante esercizio di creatività da parte dei giovani stessi, che si appropriano e reinvestano vecchi linguaggi, come nel caso del tatuaggio e del piercing.

Ma questa, come diceva non ricordo chi, è un’altra storia.




Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 24 agosto 2007 - 2437 letture

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