Noi giovani del III millennio

30/11/-0001 -
La forza e le difficoltà della nostra generazione, cresciuta in mezzo a continui stimoli e persa dentro le regole del mercato globale.

di Giulia Torbidoni
giulia@viveresenigallia.it


Sui giovani si danno molte risposte e si pongono poche domande.
E’ difficile per me analizzare la mia generazione come farebbe un qualche specialista pronto a studiare a distanza la materia. Io faccio parte di questa materia per anagrafe, interessi, bisogni.
La mia generazione è nata negli anni ’80, siamo quelli del secondo boom economico del Paese, cresciuti con dei genitori che si sono prodigati affinché avessimo ogni cosa, accompagnati dalla televisione, sviluppati con sport pomeridiani e attività di ogni tipo, con le discoteche della domenica pomeriggio e con la sigaretta per sembrare adulti.
Mentre i nostri genitori avevano capito, spesso crudelmente e precocemente, la durezza del fare sacrifici per raggiungere uno scopo, che non tutto è scontato o dovuto, che si deve anche retrocedere e che tutto ha un prezzo, la mia generazione ha avuto tutto senza chiedere. Ha avuto tutto tranne una cosa: il prezzo di questo tutto.
Lungi da me l’intento di fare della retorica o un’autocritica, non siamo abbastanza vecchi per potercela permettere. Il discorso è anche molto più ampio. Ora che siamo tutti ventenni, studenti o lavoratori, iniziamo a sbattere i denti contro quello che sono le regole superiori che fino a qualche anno fa ci avevano cresciuti. Ora vogliamo iniziare a prendere attivamente parte alla nostra vita. Vogliamo essere indipendenti, finalmente “grandi”. Eppure mancano dei tasselli.
La realtà si mostra in tutta la sua complessità e spesso quello che si prova è un desiderio di fuga o più semplicemente un senso di delusione. Perché? Forse perché in realtà non abbiamo nulla e dobbiamo capire come prenderci il nostro posto. Il mondo in cui siamo cresciuti, ma soprattutto quello in cui stanno crescendo i nuovi adolescenti, ci ha infuso un grande senso di competizione, ambizione, desiderio e possesso. Tutto questo ci ha resi profondamente autoreferenziali. Siamo capitati in una società già avviata in cui la strada per potere essere era già stata tracciata: studiare, fare l’università, tentare una carriera e un successo straordinari...
Una società proiettata al guardare sé stessa e che infonde anche prepotenza. Una società che costruisce tutto, anche i sogni da sognare per i ragazzi, e che lancia un’omologazione pericolosa e selettiva.
A noi spettava e spetta solo di adattarci a tutto ciò. Non ci è chiesto cosa pensiamo. Dobbiamo entrare nel mondo, diventare delle pedine, dei tasselli per far continuare un meccanismo, un sistema ben preciso. Ci hanno cresciuti per essere ingranaggi e per le nuove generazioni è e sarà soltanto peggio. Siamo stati dei manichini da vestire, degli occhi da colpire con la televisione e delle pance da soddisfare con merendine-sorprese.

Tutto ciò ha tagliato il nostro tempo di condivisione, di fantasia e di socialità. Ed ora, specie i più piccoli, sembrano fabbricati in serie. Tolta la comunicazione si è tolta la condivisione di problemi e risoluzioni. Si è tolta dalle basi la democrazia e la socialità. Soprattutto si sono tolti gli interessi propri per sostituirli.
Ora dobbiamo entrare nel mondo che ci ha cresciuti, ma non continuando a “beneficiarne”, bensì divenendone particelle.
La precarietà del lavoro e prima ancora quella dello studio e della formazione ci rendono in totale dipendenza. La libertà e l’autonomia che cercavamo ci sono in realtà negate in nome di un mercato e di un sistema ben delineati e oramai agli sgoccioli. Il liberismo economico ci impone totalmente una vita priva di diritti lavorativi e umani.
Quello che è accaduto a Parigi e in tutta la Francia è l’emblema di uno scontro latente ma esistente.
Forse non sappiamo neanche noi cosa cerchiamo e dobbiamo imparare da soli il prezzo del nostro tutto, ma sappiamo che questo sistema obsoleto che ha retto fino alla nostra nascita ora non può essere più per noi. Sappiamo che non vogliamo lavorare dentro multinazionali sporche, che non vogliamo vivere per lavorare, che vogliamo coltivare rapporti umani ed interessi. Vogliamo vivere in pace e democrazia. Questo dubbio sulla nostra esistenza e sul nostro futuro potrà salvarci. Riuscendo a renderci conto di ciò che sta avvenendo potremo individuare il nostro posto nella società. Sarà molto difficile. Viviamo in un totale precariato.
Lavorativo e studentesco innanzitutto, ma anche dei rapporti, dove sembra esserci la banalizzazione e la commercializzazione di ogni aspetto della vita umana. Dove la televisione fa assopire le menti e mostra soltanto un’anti-dignità umana, dove ogni persona può mostrare la sua maschera perché è solo quella che conta, dove tutto diviene giusto e possibile dal momento che esiste: la guerra, l’opportunismo politico, la sopraffazione, l’indecenza.

Dobbiamo recuperare la nostra dimensione umana e simpatica verso le persone, tornare ad una sorta di purificazione dei legami, affinché sussistano in nome della loro santità e non per un qualche profitto o tornaconto. Tornare a parlare di ciò che ci gira attorno e sperare in una realtà diversa non significa essere necessariamente utopisti, ha un valore più alto e storico, significa tornare a parlare di noi, del nostro futuro e delle nostre necessità, della nostra coerenza nel mondo e del nostro impegno nella società.
Significa riappropriarci di un nostro diritto e dovere per non assopirci sotto quello che avviene.
La mia generazione sarà la prima a star peggio dei propri padri e stiamo aprendo il nuovo millennio.
Nonostante questo vogliamo essere positivi, abbiamo vent’anni e Parigi ci dà una mano ad esserlo: la mia generazione non ha ancora perso, come invece scrisse Gaber della sua.





Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 25 aprile 2006 - 1118 letture

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