Cari maledetti astensionisti

5' di lettura 30/11/-0001 -
Credevo che in democrazia la politica si fondasse sulla scelta responsabile del voto.

da Andrea Scaloni


Credevo che la Costituzione avesse consegnato agli italiani, oltre alle due schede per l’elezione di Camera e Senato, anche quella referendaria.
Credevo non esistessero, sul piano etico e giuridico – semmai solo su quello tecnico – differenze tra la scelta di partecipazione o astensione alle elezioni politiche e ai referendum. In altre parole, fatta salva la differenza tecnica dovuta al quorum, non capisco perché ilcomportamento partecipativo o astensionista alle elezioni e ai referendum debba avere una connotazione etica diversa: più o meno nobile, più o meno giustificabile, più o meno deprecabile.
Da un anno a questa parte ho le idee un po’ confuse. L’altro giorno, poi, ho letto le acrobazie di qualcuno di quelli – beati loro! – capaci di dimostrare tutto e il contrario di tutto. E allora non ci ho capito più nulla. L’astensionismo è una brutta bestia: si tende a dargli valore (etico, intendo) in occasione dei referendum, quando ci sono da fare scelte nette, con un sì o con un no, trasversali agli schieramenti politici.
È una malattia strana: l’epidemia s’è manifestata l’ultima volta la scorsa primavera. In preda alla febbre astensionista, i giureconsulti de noantri dicevano:

«Scelgo il non voto perché a chiamarmi alle urne non è lo Stato, ma solo un gruppo di cittadini, quelli che hanno firmato la proposta abrogativa. Il voto è un diritto-dovere solo quando è lo Stato a chiamare al voto per scegliere i rappresentanti del popolo sovrano. E ciò avviene solo con le elezioni politiche e amministrative».

«Da quando in qua l’impegno è misurato dal recarsi alle urne oppure no? A me non pare un segno di impegno – semmai di disimpegno – pensare che quattro segni su quattro fogli possano essere sufficienti a dire “io la mia parte l’ho fatta”».
(“L’Avvenire”, 5 giugno 2005)

«Il diritto alla vita è inviolabile perché costituzionalmente protetto, assioma questo dal quale consegue il dovere di astensione dal voto».
(“L’Avvenire”, 20 febbraio 2005)

«Sulla vita non si vota».
Slogan del comitato “Scienza&Vita” (come se sulla vita non si fosse già votato, in Parlamento, per l’approvazione della legge 40)

Stranamente invece, in occasione delle elezioni, quando ci sono da spartire poltrone, potere e finanziamento pubblico, l’epidemia non si manifesta: i soggetti che mesi prima erano stati ricoverati in preda ad “astensionite” acuta, stavolta sono in gran forma.
Giù tutti a lodare le virtù civiche del buon elettore, a dire che bisogna andare compatti a votare, a invocare una scelta di campo.

«La risposta non può essere certo quella di non andare a votare. Il voto è lo strumento più prezioso che abbiamo. Non è retorica questa, è verità: il voto ci rende tutti uguali. Il mio voto ha lo stesso peso del voto del Presidente della Repubblica.
Il voto è lo strumento principale della democrazia. Allora è ora di finirla con le interminabili lamentazioni, è tempo di riscoprire l’inestimabile valore di un gesto tanto semplice quanto grande»
(Anna Gobbetti, “Voto, diritto irrinunciabile”, da “La Voce Misena” del 6 aprile 2006)

«L’importante è partecipare. In vista delle elezioni politiche di domenica 9 e lunedì 10 aprile, non a caso, apriamo il nostro commento con il noto aforisma. Siamo convinti, infatti, che di fronte a una scadenza decisiva per il futuro del nostro popolo il primo vero nemico da sconfiggere sia l'astensionismo.
[...] Votare dunque, più che mai in questa circostanza, non solo è una scelta autenticamente politica alla portata di tutti ma è anche un dovere civico irrinunciabile». (“L’Avvenire”, 2 aprile 2006)

Ciò che proprio non mi riesce di capire è il diverso metro di giudizio applicato al medesimo comportamento. Se il voto è irrinunciabile, lo è sempre. Altrimenti bisogna pensare che in particolari occasioni se ne può fare a meno. E chi decide quand’è moralmente giusto astenersi dal votare? Anna Gobbetti? Il cardinal Ruini? Il ministro dell’Interno?
Dare all’atteggiamento di partecipazione un valore assoluto, implica che l’astensione sia un disvalore assoluto, quale che sia il motivo.
Ad esempio, c’è chi dice: “non voto perché la legge elettorale è una porcata, non si possono nemmeno esprimere preferenze, con le liste bloccate il 90% del parlamento è virtualmente eletto prima del voto”. Oppure c’è il qualunquista: “i politici sono tutti ladri, non voto tanto non cambia nulla”. Un altro potrebbe dire: “non voto perché non riesco a tenere in mano la matita”. Un altro, infine, potrebbe obiettare: “sulla vita non si vota”.
Se è vero che l’astensione è un disvalore assoluto, io non me la sento di fare classifiche di moralità tra le precedenti affermazioni. Non me la sento di dire che una è più giusta delle altre.
Non sarebbe più onesto dire che in democrazia partecipazione e astensione non sono valori in sé, ma solo scelte responsabili affidate al singolo cittadino? A me pare tocchi a lui decidere se manifestare o meno un’opinione. Le giustificazioni morali per questa decisione, se vuole, le troverà da sé.
Fino a prova contraria, la democrazia poggia sul diritto (e non il dovere) di partecipazione: il voto è obbligatorio solo nei regimi totalitari. Chi non partecipa, per qualunque ragione, in qualunque circostanza, esercita un diritto inalienabile, al pari di quello del voto.
Questo intendo, quando dico che partecipazione e astensione non sono valori in sé, a prescindere dalle motivazioni. Ecco perché mi fanno un po’ ridere quelli che, a seconda delle stagioni, si danno un gran daffare a rivoltare la frittata dalla parte che a loro più conviene.

http://www.scaloni.it/popinga





Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 12 aprile 2006 - 1134 letture

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